di Sabrina Renna*
Il Dubbio, 17 marzo 2022
Il digiuno di Rita Bernardini è servito. Oggi, più che mai. È servito per non essere complici di uno stato (civile) che esercita la forza bruta della terribilità e serve al mondo impegnato in una guerra che vede la Russia imprigionare, anche, per motivi di mera opposizione politica.
Due forme di violenza di diverso tipo e tenore, ma che mettono in eguale evidenza l’inutilità del carcere, della privazione della libertà fine a sé stessa. L’alternativa all’esercizio del monopolio della forza bruta diventa la lotta nonviolenta che dà “corpo” al diritto, ai diritti civili e sociali, alla democrazia. In questo l’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”, di cui la Bernardini è presidente, è passata, in breve, a una campagna di argomentazioni e motivazioni che portano l’abolizione della pena di morte a nuova frontiera: “abolire la morte per pena”. Morte è, allora, il carcere come sistema di annientamento delle coscienze, ma lo è pure un sistema giudiziario deficitario sotto il profilo organizzativo e sostanziale.
Che senso ha la prevenzione quando diventa peggiore della punizione? “Quando prevenire è peggio che punire” (autori: Cavallotti, Cava Valla, Niceta, Romeo) non è solo il titolo di un libro da poco pubblicato dal riformista in collaborazione con l’associazione, ma un manifesto di valori che “Nessuno Tocchi Caino” ha voluto scrivere a tante mani per cristallizzare le esperienze, le testimonianze di chi ha vissuto sulla propria carne la esecuzione di una misura di prevenzione (senza contraddittorio e motivazione) che ha messo, spesso, a dura prova la vita aziendale, societaria, personale dei singoli destinatari e delle famiglie.
Catania, Palermo, Messina, Siracusa, Enna, Misterbianco, Acicatena, Trecastagni, Camporotondo Etneo, sono stati i primi luoghi di prolifero dibattito su questi temi da parte di addetti ai lavori: professori, avvocati, medici, imprenditori, cittadini che partendo da questi profili particolari sono riusciti pian piano a recuperare un filo comune con i grandi problemi della giustizia italiana.
E sono attuali, in una logica di costante comparazione, le parole di Sergio D’Elia che approfondisce in ogni luogo, con imparzialità e puntualità, le storture del sistema giustizia, fino a sottolineare l’insensata prassi giuridica delle 81 esecuzioni in Arabia, e pure le parole di Elisabetta Zamparutti che da membro in carica del comitato europeo per la prevenzione della tortura non può che sottolineare le barbarie dell’atroce guerra in atto che usa le carceri come strumento di eliminazione fisica.
La forza di parlare, di confrontarsi, di denunciare sono gli elementi costitutivi che animano il viaggio della speranza; e finché c’è la speranza, quella spes contra spem di politica Pannelliana impronta, finché ci saranno Associazioni come “Nessuno Tocchi Caino”, donne e uomini come Rita Bernardini, Elisabetta Zamparutti, Sergio D’Elia, finché ci saranno i laboratori in carcere, le sentenze delle Corti Superiori, le attività parlamentari (grazie on. Roberto Giachetti), la speranza non diventa una inconsistente utopia, ma la conquista di tutti giorni.
*Componente del Consiglio direttivo di “Nessuno Tocchi Caino”











