di Errico Novi
Il Dubbio, 14 ottobre 2026
Al Senato, il ministro per gli Affari europei e le Politiche di Coesione Tommaso Foti ha depositato un documento. Potremmo definirlo il “Pnrr del futuro”, sebbene non si tratti di una nuova fase di investimenti finanziati dall’Europa. È la “Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Ue”. Accompagna il ddl di delegazione europea 2026, all’esame della commissione Giustizia, introdotto ieri dalla relazione di Pierantonio Zanettin, capogruppo di FI nell’organismo presieduto da Giulia Bongiorno. La “Relazione programmatica” presentata da Foti a Palazzo Madama descrive le strategie future dei Ventisette, in tutti i settori della vita e della politica eurounitarie. Vi compare anche la giustizia. E in particolare la corruzione.
Al dossier 72, intitolato “Lotta contro la corruzione nella quale sono coinvolti funzionari della Comunità europea o degli Stati membri”, si cita la direttiva Anticorruzione che Bruxelles dovrà adottare entro fine anno. Si tratta ormai di pochi mesi, settimane. In gioco ci sono scelte della Commissione europea che potrebbero incidere direttamente sulla campagna elettorale italiana. È nell’ambito della strategia anticorruzione, infatti, che il Campo largo spinge perché la Commissione di Bruxelles adotti, con la versione finale della direttiva, un “approccio massimalista”.
Parole testuali contenute in una risoluzione “spinta” in particolare dal M5S al Parlamento di Strasburgo la scorsa settimana, e approvata dall’Eurocamera.Come riferito dal Fatto quotidiano e da questo giornale, la delegazione pentastellata all’Europarlamento, con Giuseppe Antoci in prima linea, è convinta che la nuova risoluzione impegni Bruxelles a imporre, di fatto, ai paesi membri, cioè anche all’Italia, la reintroduzione dell’abuso d’ufficio. Come riferito nell’articolo firmato su queste pagine da Valentina Stella sabato scorso, i 5S sono certi di poter mettere il guardasigilli Carlo Nordio con le spalle al muro. Ma da via Arenula, si fa notare che la partita sull’abuso d’ufficio è chiusa.
Che l’articolo 7 della “proposta di direttiva” prevede di “adottare le misure legislative e le altre misure necessarie per conferire il carattere di illecito penale alla corruzione, all’appropriazione indebita e al riciclaggio di denaro e di esaminare l’adozione di misure legislative o altre misure necessarie per conferire il carattere di illecito penale ad altri atti (quali l’abuso di ufficio, il traffico d’influenze e l’arricchimento senza causa)”. Nessun rischio, in teoria. Ma nel periodo successivo il testo concordato fin qui dai Ventisette lascia aperto uno spiraglio: “In linea con gli impegni contenuti nella dichiarazione politica adottata in occasione della sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite contro la corruzione del 2021, l’Ue dovrebbe, per quanto possibile, andare oltre i requisiti minimi” definiti in sede Onu, e “stabilire misure supplementari per prevenire e combattere la corruzione”.
Si tratta di una proposta, non della direttiva nella sua versione finale. Certo, gli impegni assunti da Bruxelles con Nordio nel cosiddetto trilogo, nella consultazione definitiva fra le istituzioni europee, dovrebbe escludere sorprese. Nella “Relazione” di Foti sulla partecipazione dell’Italia all’Ue, i dettagli non sono ribaditi: ci si limita a scrivere che “il Governo continua a lavorare con l’obiettivo di preservare i risultati raggiunti con l’orientamento generale e di migliorare ulteriormente il testo, contribuendo così all’adozione di uno strumento ambizioso ed efficace”. Nel rigo finale del dossier 72 dedicato, nel testo del ministro alle Politiche Ue, alla corruzione, si ricorda inoltre che il “risultato atteso” è la “conclusone del negoziato” entro il 2026.
Tutto come previsto. Ma la risoluzione parlamentare sollecitata e fatta passare dai 5S a Strasburgo è un atto politico che non mancherà di impensierire la maggioranza. Si dovrà stare allerta fino alla fine.Oggi la commissione Giustizia del Senato potrebbe esaminare ancora la legge di delegazione europea per il 2026 (un testo di delega, come sempre per questo genere di provvedimenti) e consentire al Campo largo di avviare anche la discussione sullo scomparso articolo 323 del codice penale. Ne è cosciente Zanettin, relatore di maggioranza della legge. Ma le polemiche parlamentari stanno azero. Conta il testo finale che la Commissione Ue dovrà adottare entro dicembre. Non dovrebbero esserci sorprese. Se però la spinta della “risoluzione Antoci” sconvolgesse gli equilibri, per l’Esecutivo di Giorgia Meloni si annuncerebbe l’accusa di un nuovo flop sulla giustizia, proprio su quell’abuso d’ufficio la cui abolizione è tra i migliori risultati del mandato di Nordio.
Non esattamente un balsamo per una campagna elettorale già minacciata dalle probabili censure della Consulta sul nuovo sistema di voto. Presentarsi con troppe misure impallinate dal giudice delle leggi o dall’Ue è una prospettiva per nulla gradita al centrodestra. Già la vittoria del No sulle carriere separate ha impresso un segno negativo non facile da rimuovere. Mai come stavolta, i rapporti con Bruxelles e gli alleati Ue saranno decisivi, Sia per la flessibilità di bilancio, sia per evitare di prendere gol in contropiede, proprio in zona Cesarini, sulla giustizia.









