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di Andrea R. Castaldo


Il Mattino, 13 ottobre 2019

 

Qual è il sottile legame tra il reato di abuso d'ufficio e la scarsa efficienza dell'operato della Pubblica Amministrazione? Apparentemente nessuno, anzi il primo dovrebbe servire a prevenire e correggere fenomeni di mala-admnistration e così alimentare un circuito virtuoso di best practices. Ma le cose non stanno così. Il risultato, ancorché paradossale, va nella direzione contraria. E allora, andando per ordine, cerchiamo di comprenderne i motivi.

Partendo da un dato pacifico, l'ipertrofia legislativo-regolamentare. Il numero sconfinato e sconosciuto della normativa vigente, in perenne e inarrestabile crescita, produce due effetti distorsivi. Il primo, il necessario rinvio a decreti attuativi, demandati a organismi delegati, che vengono alla luce con estremo ritardo; dunque, nella migliore delle ipotesi, creando di fatto un periodo di vacatio, nel quale la norma formalmente esiste, di fatto non può essere attuata.

Il secondo, la burocrazia asfissiante che si nutre di un reticolato di disposizioni frammentate temporalmente, non omogenee, di modesta fattura linguistica (a voler essere generosi). Ma sono le stesse norme che dovranno essere applicate nella prassi quotidiana (nell'espletamento delle funzioni o del servizio, per usare un linguaggio da iniziati) dall'agente pubblico. E sono sempre le stesse norme, la cui violazione ricadrà nello spettro di incriminazione dell'art. 323 codice penale. Certo, si obietterà (correttamente) che per la consumazione del reato occorre una trasgressione intenzionale e che tale condotta abbia generato un vantaggio o un danno ingiusti.

Ma non è questo il punto. Perché non si tratta di decidere se costui sia innocente o colpevole, ma di chiedersi nell'immediato come reagisca alla spada di Damocle di un'indagine a suo carico e quanto ciò influisca sulla serenità del lavoro. Detto in parole povere: ai suoi occhi non conta tanto il risultato finale, cioè l'esito di un processo che probabilmente si chiuderà in maniera favorevole, ma il processo in sé, ossia l'alea, il disdoro reputazionale, il blocco di carriera, i costi per la difesa.

Il rischio di incappare allora in un incidente di percorso genera l'amministrazione difensiva, la fuga dal potere di firma, con l'inevitabile scadimento delle performance. Purtroppo non si tratta di valutazioni affidate a parametri personali, ma dell'esito di ricerche "sul campo".

Un primo sondaggio, consistito nella somministrazione di questionari e interviste ai dipendenti della Regione Campania, ha confermato come la loro stragrande maggioranza (oltre il 60%) si senta condizionata negativamente dalla inquietante presenza dell'abuso di ufficio; percentuali più o meno analoghe si registrano a proposito della reazione di conseguenti ritardi o blocchi nella gestione della pratica, nonché nella difficoltà di comprendere come comportarsi, stante l'oscurità della legge.

Una seconda indagine ha riguardato invece la "sorte" dei processi nati per abuso di ufficio nel distretto della Corte di Appello di Salerno nel quinquennio 2014-2018. Ebbene, solo un misero 10% si conclude con una condanna, il resto si perde per strada tra assoluzioni già in sede di udienza preliminare e prescrizioni. Ed è una strada lastricata di durature sofferenze, poiché i tempi sono estremamente lunghi (8-13 anni).

Ognuno può pensarla come crede sul perché ciò avvenga, ma tutti saranno d'accordo di fronte all'evidenza: un reato così concepito non intercetta le patologie dell'operato pubblico, anzi crea disfunzioni. Riformare l'abuso nel segno di una profilata selettività della condotta tipica in chiave di reale offensività consentirà risultati positivi in molteplici direzioni.