sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Grazia Paletta*


Ristretti Orizzonti, 25 gennaio 2021

 

La redazione Ristretti Orizzonti Marassi è nata all'inizio del 2017 in quel grande carcere che respira incessante, come un cuore silente, nella città di Genova, e cerca in vari modi di far sentire il proprio pulsare. Da allora ci incontriamo ogni settimana, con ogni tempo e ogni luna, sempre, tenacemente, incuranti delle difficoltà, delle depressioni, dei trasferimenti improvvisi dei partecipanti, andiamo avanti cercando di aggiornarci su quanto avviene là fuori e tenendoci con forza aggrappati ai nostri processi interiori. Perché là dentro si cambia, si evolve, si cresce insieme.

Guidati "da lontano" da Ornella Favero, che con pazienza e garbo ci insegna il linguaggio dell'informazione efficace, scriviamo e andiamo in cerca di comunicazione, di interazione, dentro le mura e nel mondo libero. Fino ad oggi quasi nessuno si era interessato a noi, perché là fuori si corre veloci e manca l'ascolto, manca il tempo per l'attenzione all'altro. Se poi "l'altro" è pure colpevole, veloci si distoglie lo sguardo. Quand'ecco accade l'inopinabile.

Ferruccio Sansa, giornalista delle più importanti testate, a suo tempo candidato alle elezioni regionali della Liguria e consigliere comunale, è venuto da noi. Si è avvicinato al nostro tavolo e ha capito, ha ascoltato, ha mostrato interesse alle vite ristrette e si è raccontato, si è seduto al nostro fianco come fosse lì da sempre a cercare ispirazione insieme, a entusiasmarsi per parole emerse da luoghi dimenticati e a darci il suo tempo, come la cosa più ovvia. Accorciare la distanza: penso sia questo il primo irrinunciabile passo verso la conquista della libertà, sia dentro che fuori. Il 23 gennaio 2021, ha pubblicato sul suo profilo Facebook le sue prime riflessioni nate da questa esperienza e le ha inserite come introduzione a un articolo scritto da noi, sui vissuti relativi a quarantena e pandemia.

 

*Redazione Ristretti Marassi

 

Il lockdown visto dal carcere Messaggi dal "popolo ristretto"

di Ferruccio Sansa

 

Prigionieri. Così ci siamo sentiti durante il lockdown. Carcerati dentro casa nostra. Chissà se questa condizione - pur vissuta in un luogo familiare, tra le nostre cose, spesso accanto a persone amate - ci ha finalmente avvicinato a un luogo che purtroppo ignoriamo. Il carcere, appunto, questo mondo dimenticato dentro il mondo. In mezzo alle nostre città. Vale ancor di più per carceri come Marassi a Genova che vediamo ogni giorno passando. Che sta accanto allo stadio.

Decine di migliaia di persone che guardano la partita, urlano e si divertono, accanto a mille persone - tra carcerati, polizia penitenziaria e personale - che trascorrono la loro vita in un luogo separato dal mondo. Già, chissà se il Covid che ci ha costretti alla solitudine ci ha almeno ricordato chi la separazione la vive come condizione abituale.

Ma qualcuno getta ponti tra noi e chi vive in cella. Esiste un sito che ci informa della vita oltre le sbarre (www.ristretti.it e www.ristretti.org). Esiste un giornale realizzato da una redazione combattiva e appassionata composta di detenuti e volontari. La testata si chiama "Ristretti Orizzonti", perché la gente che vive là dentro si definisce così, il popolo ristretto. Mentre noi saremmo il popolo libero. I giornalisti affrontano temi legati alla vita del carcere, ma discutono anche di grandi questioni comuni a tutti: la gioventù, la libertà, il dolore e la felicità.

Parole lanciate verso di noi come messaggi nella bottiglia. Pensieri che ci ricordano cosa sia la vita dei detenuti, certo, ma ci aiutano a capire meglio anche la nostra. Ci spingono a dare un valore a tante cose che noi diamo per scontate. La libertà, appunto. Leggiamoli allora i messaggi dal 'popolo ristretto', perché ci aiutano a capire quanto ci dimentichiamo di essere liberi.

Eccovi un articolo pubblicato sull'ultimo numero di Ristretti Orizzonti. Racconta come è stata vissuta in carcere la prima ondata del Covid. Gli autori sono Mario Amato, Angelo Genito, Giuseppe Talotta, Bruno Trunfio insieme con le volontarie Fabiola e Grazia.

 

Non buttiamo anche il buono che il Covid ha provocato

(Redazione Ristretti Orizzonti Marassi, giornale n. 2 dicembre 2020 - supplemento al n. 05/2020 di Ristretti Orizzonti)

 

All'inizio della pandemia abbiamo avuto la sensazione di un avvenimento apocalittico, quello che sembrava un allarmismo inutile per una semplice influenza è diventato in pochi giorni un evento mondiale, in grado di stravolgere tutti gli equilibri sociali, politici ed economici.

Inizialmente le informazioni provenivano solo dai notiziari e dalla telefonata settimanale con i familiari, dopo circa quindici giorni, quando anche fuori la situazione iniziava a diventare preoccupante, la Direzione ci ha rassicurato sul fatto che erano state adottate misure preventive, in grado di salvaguardare la nostra salute.

Per arrivare a questo sono stati necessariamente sospesi i colloqui con i familiari, insieme a tutte le attività scolastiche e trattamentali. Siamo rimasti ancora più soli. Dopo quasi un mese di chiusura totale verso il mondo esterno, le uniche persone con cui potevamo rapportarci, oltre a noi stessi, erano l'ispettore e il comandante che in quel periodo sono stati molto presenti e ci hanno sempre tenuti informati sull'andamento della situazione, fino a quando ci hanno comunicato che avremmo avuto la possibilità di effettuare una videochiamata alla settimana, della durata di un'ora e una telefonata di dieci minuti, un giorno sì e un giorno no. A quel punto il nostro stato d'animo è migliorato e la preoccupazione per la salute dei nostri famigliari si è ridimensionata, ci aggiornavamo quasi quotidianamente sulle loro condizioni.

Nel corso delle successive settimane si sono amplificati e moltiplicati gli strumenti di comunicazione verso il mondo esterno, nello specifico abbiamo avuto l'opportunità di coltivare in modo costante i nostri affetti. Di norma chi abita lontano riesce a incontrare i propri cari solo una volta al mese, quando va bene, o una volta all'anno in molti casi, sostenendo spese talvolta ingenti, senza parlare delle persone anziane che non si possono muovere. Genitori con cui non si aveva più un rapporto visivo da anni e con cui si parlava raramente, dato che le telefonate erano una a settimana e brevi, in genere dedicate a mogli e figli. Con i nostri anziani in moltissimi casi il contatto era solo epistolare, per non parlare dei bambini troppo piccoli per affrontare lunghi viaggi, figli e nipoti che crescevano senza vedere il proprio padre, zio, nonno. Ed ecco la soluzione semplice, immediata, sicura e a costo quasi zero: la videochiamata e le telefonate infrasettimanali.

La domanda è: doveva scatenarsi una pandemia per poter usufruire di tali semplici strumenti in grado di migliorare le condizioni della vita detentiva ed in particolare della sfera affettiva?

Il poter parlare con i nostri figli e parenti più volte alla settimana ci ha consentito di monitorare l'andamento della vita familiare e di sentirci parte integrante della loro esistenza, questo ha di fatto alleggerito in molti casi le tensioni e ha aiutato a risolvere problematiche quotidiane. La vita carceraria ci è sembrata meno difficile, abbiamo vissuto in modo migliore e anche i nostri pensieri si sono trasformati positivamente, sono diventati meno cupi. L'atmosfera è divenuta più serena, anche i rapporti con le persone che lavorano qui dentro sono cambiati e finalmente, dopo anni, abbiamo respirato un'aria nuova.

Ad oggi la preoccupazione per il contagio si sta di nuovo diffondendo, mentre nelle settimane precedenti avevamo avuto la netta impressione che il virus stesse gradatamente sparendo. Si sono di nuovo accesi dibattiti tra di noi su ciò a cui potremmo andare incontro se la pandemia riprendesse la sua corsa, che comunque di fatto non si è mai definitivamente arrestata, ma la nostra preoccupazione maggiore è quella che le comunicazioni possano tornare all'origine: prima del paziente zero.

Una tragedia, quattro ore di colloquio al mese senza l'utilizzo dei tanto amati mezzi tecnologici e quattro telefonate mensili, della durata di dieci minuti l'una.