di Stefano Folli
La Repubblica, 28 dicembre 2019
La storia del processo penale infinito, reso tale dalla scelta di sospendere senza limiti la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, è tipicamente italiana. Nel senso che in materia tutti possiedono uno spicchio di ragione e una porzione di torto, ma quasi sempre declinati nei modi sbagliati.
Nel complesso, l'immagine che emerge dal conflitto inquadra una maggioranza priva di spina dorsale che si appella al presidente del Consiglio perché trovi lui una sintesi dell'ultim'ora, ossia un compromesso minimo per salvare la faccia a tutti e guadagnare ancora un po' di tempo. Purtroppo trovare la sintesi è proprio quello che riesce quasi impossibile nella stagione giallo-rossa.
Anche quando, come in questo caso, la riforma da correggere è figlia della gestione precedente Lega-5S. Si era detto che saremmo arrivati al primo gennaio 2020, cioè all'entrata in vigore della nuova norma, con un sistema giudiziario ricostruito dalle fondamenta in modo da offrire all'imputato la garanzia di un processo celere, come vuole un principio elementare di civiltà giuridica. Inutile dire che invece di questa grande riforma non c'è ancora traccia, nonostante le assicurazioni del ministro Bonafede.
Per cui i Cinque Stelle e coloro che difendono il Guardasigilli si aggrappano all'Europa. La quale in effetti chiede all'Italia di superare l'istituto della prescrizione, ma nel presupposto che la macchina giudiziaria nel frattempo sia stata messa in condizione di funzionare. Viceversa, essendo il meccanismo inceppato (e nessuno se ne sorprenderà), ecco che abolire la prescrizione diventa un surrogato per evitare la decadenza di migliaia, anzi centinaia di migliaia di processi. Con il risultato, tuttavia, di intasare ancora di più i tribunali e di creare una legione di cittadini, innocenti o colpevoli che siano, in attesa perenne di giudizio.
Uno scenario vagamente da incubo. La domanda è: il tema della prescrizione vale una crisi di governo? A sentire qualche voce nella maggioranza, la risposta prevalente è "no" e anche in questo caso non c'è da stupirsi. Ma il groviglio è tale che qualche filo potrebbe spezzarsi all'improvviso. Il gruppo renziano di Italia Viva, ad esempio, non ha interesse a favorire accordi tra Pd e Cinque Stelle: ha bisogno invece di trovare spazi a destra incrociandosi con Forza Italia, il partito berlusconiano che non può non combattere la battaglia finale in difesa della prescrizione. Quanto al Partito democratico, esso non può dissolversi lasciando tutto il palcoscenico a Bonafede e Di Maio.
La proposta presentata ieri - quasi fuori tempo massimo - serve proprio a questo: a frenare il partner di governo e ridare un ruolo al partito di Zingaretti. Non è una proposta di rottura: la prescrizione viene sospesa di fatto per tre anni dopo il primo grado, ma almeno si evita il processo a tempo indefinito.
Come si capisce, esisterebbe il margine per un compromesso, a volerlo cercare. Occorre però che Conte si faccia carico della fatidica sintesi e che Bonafede accetti di patteggiare. Si tratterà in ogni caso di un accordo al ribasso perché i nodi della giustizia penale non vengono sciolti e il sistema resta inefficiente. La navigazione è di piccolo cabotaggio verso il vertice del 7 gennaio.










