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di Tiziana Maiolo

Il Riformista, 2 marzo 2023

Sono risorti sotto forma di proposte di legge due quesiti del referendum 2022, il secondo sulla custodia cautelare in carcere. Sono indigesti a FdI, ma potrebbero trovare un’altra maggioranza. Non servirà più a Silvio Berlusconi, come continuano a pensare quelli del Fatto, ma la “legge Severino” sarà modificata, se non del tutto abrogata, come prevedeva il quesito referendario di un anno fa.

Ci prova Forza Italia, con una prima proposta su cui non sarà difficile trovare una maggioranza in Parlamento. Così, per iniziativa del deputato Pietro Pittalis, avvocato penalista sardo, sono risorti sotto forma di proposte di legge alcuni quesiti del giugno 2022 come quello sulla Legge Severino e l’altro sulla custodia cautelare in carcere. Non facili da far deglutire all’intera compagine di governo e della maggioranza di destra-centro, perché erano proprio i due punti più indigesti a Fratelli d’Italia e alla stessa premier Giorgia Meloni. Ma la perseveranza unita a una certa capacità del procedere un passo dopo l’altro, la politica del “gutta cavat lapidem”, potrebbero portare il Parlamento un passo avanti rispetto alle iniziative del governo. E ricordare al ministro Nordio di esser stato a capo del comitato referendario del 2022.

Ed ecco la prima iniziativa del deputato Pittalis, la goccia che si candida a scavare la pietra dura della “Legge Severino”, quella norma del 2012 che unita alla “spazza-corrotti” entrata in vigore nel 2020, è una sorta di tenaglia soffocante sulla politica e la prima nemica dello Stato di diritto. La proposta ha un’unica finalità, quella di riequilibrare la sorte degli amministratori locali rispetto a quella di parlamentari nazionali o europei. Non interviene sull’altro punto ostico, la retroattività, quello che ha reso questa legge come la più odiata dall’intero mondo della politica, di qualunque orientamento. Del resto basta guardare ai risultati dei processi svoltisi nei dieci anni che stanno alle nostre spalle.

Il 97%, ricorda Pittalis, è finito con assoluzioni. E vogliamo considerare anche i tanti processi ad amministratori pubblici messi su un binario morto perché il pubblico ministero si sentirebbe sminuito nella propria virilità nel certificare il fallimento dell’ipotesi accusatoria? Dovrebbero essere sufficienti questi due dati per dichiarare fallito il decreto legislativo del 31 dicembre 2012 numero 235 che ha introdotto in funzione “anticorruzione” queste norme dalla cui applicazione non è sortito certo un brillante risultato.

In particolare gli articoli 8 e 11 della norma che prevedono la sospensione automatica dall’incarico gli amministratori regionali e locali condannati con sentenze non definitive. Innocenti quindi, come dice la Costituzione. La proposta di Forza Italia prevede l’equiparazione tra la sorte dei parlamentari e quella di sindaci, assessori e presidenti regionali, che potranno in questo modo continuare la propria attività fino alla sentenza definitiva, proprio come succede a senatori e deputati. Si è discusso a lungo, in questi dieci anni, anche sull’aderenza della norma all’articolo 27 della Costituzione sulla presunzione di innocenza.

Ma in due diverse occasioni, la Consulta ha respinto il ricorso, confermando l’aderenza della norma alla legge delle leggi. Il primo caso è stato quello dell’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris, condannato in primo grado nel 2014 a un anno e tre mesi per abuso d’ufficio. L’ex magistrato contestava in particolare l’applicazione retroattiva della norma sulla base del principio che nessuno possa essere perseguito sulla base di una regola introdotta successivamente alla commissione del fatto.

Argomento che era stato avanzato da diversi costituzionalisti anche nel caso clamoroso dell’espulsione di Silvio Berlusconi dal Senato nel 2013 in seguito alla condanna definitiva per frode fiscale. I giudici dell’Alta Corte avevano obiettato che la sospensione degli amministratori locali prevista dalla Legge Severino non era una sanzione penale (quindi irretroattiva) ma di tipo civile, a tutela dell’ordine pubblico.

A proposito del quale occorre però osservare che privare provvisoriamente una comunità dl proprio sindaco o assessore o presidente regionale non è proprio un bel modo per tutelare i cittadini. Senza contare il vero supplizio personale e politico cui viene sottoposto colui che sarà in seguito quasi sicuramente prosciolto, come dicono le statistiche. Soprattutto quando il reato contestato sia quell’abuso d’ufficio su cui il ministro Nordio ha spergiurato il proprio intervento come primo di ogni altro. Il caso De Magistris fu chiuso dalla stessa magistratura, che assolse l’ex sindaco proprio il giorno successivo a quello del rigetto del ricorso da parte della Corte Costituzionale. Uno dei tanti casi.

Era poi partito alla carica il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, condannato in primo grado per il consueto abuso d’ufficio, che era entrato con decisione nell’altro punto contestato, quello sulla disparità di trattamento tra legislatori nazionali e regionali. In questo caso la decisione della Consulta era arrivata addirittura dopo l’assoluzione di De Luca, ma la risposta era stata comunque negativa. E anche poco soddisfacente nella motivazione. I giudici si erano infatti limitati a constatare da diversità di status e di funzioni tra i differenti ruoli. E non avevano considerato l’inutilità vessatoria di una norma che si è mostrata da una parte dannosa in quanto fallimentare, e nell’altra, quella sui parlamentari, inutile in quanto fotocopia dell’interdizione, e allo stesso tempo vessatoria con l’automatismo della sua applicazione che toglie potere discrezionale al giudice. La proposta di legge del deputato Petro Pittalis, se approvata, sanerà almeno il primo vulnus di una legge che porta anche le stimmate di essere stata prodotto di un governo tecnico, quello presieduto da Mario Monti, nato e morto tra le polemiche e le ingiustizie.