di Chiara Sgreccia
Il Domani, 7 aprile 2025
Le associazioni, i sindacati, i movimenti studenteschi e della società civile che si oppongono al pacchetto di norme sulla sicurezza si appellano al presidente della Repubblica e all’opposizione in Parlamento per fermare “un golpe burocratico messo in atto per bypassare a democrazia”. Da disegno di legge in discussione al Parlamento a decreto avente forza di legge emanato direttamente dal governo. Così il pacchetto di norme sulla sicurezza, che dopo aver ricevuto l’ok alla Camera era bloccato in Senato da mesi, ha cambiato natura venerdì 4 aprile. Perché, “non potevamo più aspettare e era prioritario dare risposte ai cittadini e assicurare ai nostri uomini e alle nostre donne in divisa le tutele che meritano”, ha spiegato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Si è scelto “di non rispettare i tempi della democrazia”, commenta, invece, Paolo Notarnicola, coordinatore del sindacato Rete degli studenti medi che insieme alla Rete “No ddl-A pieno Regime” era in piazza del Pantheon, a Roma, nel pomeriggio di venerdì, quando è arrivata la notizia dell’approvazione del decreto legge a conclusione del Consiglio dei ministri, poco prima che le cariche delle forze dell’ordine colpissero i manifestanti che si sarebbero voluti dirigere verso Palazzo Chigi, per protestare contro “un baratto folle. Sono stati scambiati libertà e dignità di tantissime persone per tutelare gli equilibri politici”, spiega ancora Notarnicola, convinto che se la strategia del governo è quella di fare paura, con un provvedimento che vuole bloccare il dissenso “sia preventivamente, cercando di spegnerlo, sia aggravando le pene per chi manifesta, la risposta dei cittadini non può essere quella di lasciarsi spaventare. Organizzeremo nuove mobilitazioni e continueremo a fare informazione nei luoghi del sapere”. A pensarla allo stesso modo c’è anche Alessandro Bruscella, coordinatore dell’Unione degli universitari, preoccupato per il futuro dell’Italia e per quello che la sua generazione dovrà affrontare: “Abbiamo assistito all’ennesima manovra per bypassare i sistemi democratici.
Non è la prima volta che succede: svuotare il Parlamento del suo ruolo è diventata una pratica comune messa in atto ogni volta che il governo ha il sentore che la maggioranza dei cittadini non condivide i provvedimenti che intende portare avanti”, spiega il coordinatore del più grande sindacato universitario che, insieme con la Rete degli studenti, subito dopo l’approvazione del decreto sicurezza ha scritto: “La svolta autoritaria e repressiva sognata dal governo più a destra della storia repubblicana oggi si concretizza con l’approvazione di un decreto liberticida. Adesso dovete arrestarci tutt3: continueremo a essere marea di dissenso e opposizione da nord a sud del Paese”.
Senza nessuna intenzione di fermare le mobilitazioni sono anche le associazioni, i sindacati, le organizzazioni politiche, i movimenti della società civile che hanno dato forma alla rete nazionale “No ddl-A pieno Regime”, che da mesi prova a porre un freno alla deriva autoritaria del governo Meloni riempiendo piazze e strade non solo di Roma ma di tante altre città italiane: “È successa una cosa molto grave: un vero e proprio golpe burocratico”, dice Luca Blasi, tra i promotori della Rete, prima di ricordare che affinché l’atto normativo approvato dal Consiglio dei ministri diventi legge il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dovrà firmarlo e poi il Parlamento avrà 60 giorni di tempo per la sua conversione.
“Penso che da oggi siamo uno Stato diverso, molto più simile all’Ungheria. In cui le pene inflitte a chi dissente sono spropositate per poterci definire democrazia. Per questo non intendiamo fermarci. Organizzeremo nuove proteste sotto il Quirinale per appellarci al Presidente della Repubblica e affinché ci sia battaglia in Aula”, spiega ancora Blasi convinto che nonostante le modifiche apportate al testo sulla sicurezza per recepire i punti su cui Mattarella aveva esposto dei rilievi, il pacchetto di norme approvate resti un manifesto autoritario che il presidente della Repubblica non dovrebbe avallare, né per contenuti, né per metodi: “Pensiamo che trasformare il ddl in un decreto legge sia stato un atto di arroganza burocratica. Che, oltre a rappresentare un pericolo per la democrazia, mette in ginocchio un settore di eccellenza del made in Italy” quello della produzione e commercializzazione delle inflorescenze di canapa light. “Una filiera in grado di rilanciare le aree rurali fragili del Paese. E di offrire un’opportunità di crescita alle nuove generazioni, con un indotto di quasi 2 miliardi di euro, senza contare derivati e export, che ha generato più di 20 mila posti di lavoro, come dimostra l’ultimo studio condotto da Davide Fortin e Maria Paola Liotti”, spiega Chiara Lo Cascio, del direttivo di Canapa sativa Italia, già all’opera insieme a Mattia Cusani, presidente dell’associazione che unisce tutti gli operatori della canapa, dalla coltivazione alla vendita, per studiare le azioni da intraprendere affinché la filiera resista all’ennesimo urto.











