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di Antonella Mascali

Il Fatto Quotidiano, 27 giugno 2022

La ministra della Giustizia prepara i decreti della “riforma” penitenziaria: niente carcere sotto i 4 anni (“il 30% dei detenuti”). Come spesso accade, la ministra della Giustizia Marta Cartabia non ha fatto partecipi le forze di maggioranza sulle riforme che intende varare.

Vale anche per il lavoro di 6 gruppi ministeriali che stanno preparando i testi sulle deleghe ricevute dal Parlamento per alcuni punti della riforma del processo penale, approvata nell’autunno scorso. Tra quelle deleghe ce n’è una che riguarda l’ammorbidimento delle pene detentive “brevi”, che prevede di allargare, di molto, la possibilità di tramutarle in “pene sostitutive”. Inoltre, la ministra auspica pure che si possa calcolare la libertà anticipata dei detenuti in maniera più elastica, con la scusa della pandemia.

A seguito di un question time della deputata renziana Lucia Annibali, Cartabia ha fatto sapere che “i decreti legislativi sono in fase di elaborazione e saranno perfezionati a breve e portati in Consiglio dei ministri”. Ma quel “a breve” non è piaciuto ad alcuni deputati di diversi partiti della maggioranza, perché non hanno la più pallida idea di cosa ci sia nei testi in via di definizione. Il M5s, al netto degli scissionisti dimaiani, risulta che abbia anche intenzione di far sapere alla ministra che non può inviare un testo last minute alle forze di maggioranza, costringendo i ministri in Cdm a votare al buio, come già successo.

Al momento, però, i testi delle deleghe, compreso quello che consente di aprire le maglie del carcere, non ci sono ancora, anche se la ministra punta a presentare l’intero pacchetto entro fine luglio in Cdm. Quindi, prima, volendo, potrebbe confrontarsi con le forze di maggioranza. Dopo il Cdm, le commissioni Giustizia di Camera e Senato dovranno dare il loro parere, entro il 19 dicembre.

La ministra, rispondendo al question time alla Camera, ha ricordato che il pacchetto, frutto delle deleghe, “ha una parte importante che riguarda le pene sostitutive delle pene detentive brevi, fino a 4 anni” e ha ricordato che “per queste pene si prevedono (come da delega, ndr) la semilibertà, la detenzione domiciliare e il lavoro di pubblica utilità; e viene confermata la pena pecuniaria”.

Nel concreto, le persone condannate fino a 4 anni, e che si ritrovano in carcere, nonostante una pena ridotta, sono detenute perché, per esempio, ritenute socialmente pericolose. Le pene sostitutive al carcere finora possono essere inflitte dai giudici della “cognizione” quando si ritiene “nel pronunciare sentenza di condanna di dover determinare la pena detentiva entro il limite di 2 anni”. Con la riforma, invece, si passa a 4 anni.

Nella riforma approvata dal Parlamento, in merito alla “revisione del sistema sanzionatorio”, si legge: “Rivedere la disciplina delle sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi, da individuare nella semilibertà, nella detenzione domiciliare, nel lavoro di pubblica utilità, nella pena pecuniaria, ampliandone l’ambito di applicazione. Le nuove pene sostitutive, irrogabili entro il limite di 4 anni di pena inflitta, saranno direttamente applicate dal giudice della cognizione, sgravando in tal modo il carico dei giudici di esecuzione”.

Per Cartabia, dunque, in carcere non ci deve andare quasi nessuno, in nome del “fine rieducativo della pena” e l’obiettivo del “reinserimento sociale” (che però presuppongono una pena). E aggiunge: “Le pene fino a 4 anni riguardano circa il 30% della popolazione carceraria, quindi è un impatto che può essere molto significativo, unitamente ad altri interventi previsti nell’attuazione della delega, come l’ampliamento della non punibilità per la particolare tenuità del fatto”. Ma Cartabia è andata oltre le deleghe e sempre alla Camera ha concluso che sta pensando anche a una libertà anticipata più lasca: “Se ne discute per valutare se innalzare la detrazione della pena, in particolare per i due anni di pandemia. In effetti in questi due anni il carcere è stato più duro e afflittivo, giustamente se ne discute”.