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di Walter Veltroni

Corriere della Sera, 3 maggio 2025

Si ripetono tra i più giovani le manifestazioni di disagio, di ansia - parola chiave del nostro tempo - le forme di depressione o di disperazione che si tramutano in comportamenti autolesionistici. Davvero c’era bisogno di Adolescence per capire che quello che sta accadendo, da tempo, nell’animo dei ragazzi che oltrepassano la “linea d’ombra” della vita? Davvero si resta sorpresi, a bocca aperta, di fronte a quello che è accaduto a Monreale dove un ragazzo di diciannove anni ha sparato diciotto colpi di pistola, per colpire giovani rei solo di aver raccomandato ad alcuni guidatori spericolati di scooter di andare più piano per non investire i frequentatori di un luogo affollato? Da anni, almeno dall’inizio del Covid, su questo giornale si richiama l’attenzione su quella che non esito a definire un’emergenza. Si ripetono tra gli adolescenti le manifestazioni di disagio, di ansia - parola chiave del nostro tempo -, le forme di depressione o di disperazione che si tramutano in comportamenti autolesionistici.

Si vada con la memoria a questi mesi, ci si sottragga alla futile smemoratezza del presentismo, e si ritroveranno mille episodi di violenza giovanile, di atti gratuiti di sangue, di conflitti tra coetanei o con i genitori sfociati in sconvolgenti e strazianti notizie la cui lettura non smette di atterrire. E non sono necessariamente solo le condizioni sociali, come nel caso del ragazzo del quartiere Zen di Palermo, a determinare questi comportamenti. Il male di vivere dei ragazzi è trasversale e non conosce confini.

I dati riportati dal libro “Adolescenti interrotti” di Stefano Vicari, non un passante ma il responsabile dell’unità operativa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale Bambino Gesù, sono scolpiti nella pietra. Proviamoli a leggerli pensando che dietro a quei numeri ci sono gli occhi di una ragazza o di un ragazzo: “Le visite in urgenza sono rimaste stabili per molti anni, circa 230 all’anno, fino al 2013. Da allora, hanno iniziato a crescere: aumentano progressivamente (ma sarebbe più corretto dire esponenzialmente) toccando quota 1059 nel 2019, anno pre-pandemico, e raggiungendo il record di 1824 nel 2022”. E ogni anno, nel mondo, ci sono 46.000 suicidi di adolescenti, uno ogni quarto d’ora. Il mondo appare oggi ai ragazzi come una selva di pericoli, un luogo dal quale ritrarsi chiudendosi in sé stessi, fino alla soluzione estrema dell’Hikikomori, o cercando, sempre più nell’alcol, un modo per fuggire dal presente e dal contesto.

Vengo da una generazione che fu falcidiata dall’ improvviso arrivo, la cui genesi non smette di suscitare sospetti, di una massa spaventosa di eroina che devastò i giovani adulti e gli adolescenti di quel tempo. Ma ora il fenomeno del disagio è più diffuso, più esteso e, se negli anni settanta prevaleva la delusione per sogni non realizzati, ora a prevalere è la sensazione di vivere in un tunnel senza fine, popolato di lupi. E di essere sempre sotto il giudizio degli altri, inseguiti dalla messa in pubblico dei propri difetti, isolati nella finta socialità dei social. Ci ricorda Vicari che in Italia il 78,3% dei bambini tra gli 11 e i 13 anni utilizza Internet tutti i giorni e lo fa soprattutto attraverso lo smartphone. “Inoltre si abbassa sempre di più l’età in cui si possiede per la prima volta uno smartphone, e i bambini che utilizzano il cellulare tutti i giorni sono sempre di più: erano il 18,4%o nel biennio 2018-19, il 30,2 nel 2021-22, oggi superano il cinquanta per cento”. Bambini tra gli undici e i tredici anni, nell’età fondamentale della vita. Ancora Vicari: “Dati del 2023 indicano che i bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni trascorrono, in media, tre o quattro ore davanti a un display”.

Tutto senza conseguenze? Un semplice adeguamento ai doveri del tempo? Non sembra, se un recente studio su 2400 bambini sotto i cinque anni, citato nel libro di Vicari, dimostra come “trascorrere più di due ore al giorno davanti al display si accompagni a una riduzione delle capacità di concentrazione e della memoria a breve termine”, così come delle “capacità linguistiche e cognitive”.

Ma la questione, sotto questo aspetto, non sembra riguardare solo i giovani. L’Ocse ha certificato recentemente la recessione cognitiva nella quale siamo immersi: un terzo della popolazione ormai non si orienta più nella lettura di un paragrafo di testo. Siamo diventati followers, non più cittadini. E se ne vedono le conseguenze, esposti come siamo alle fandonie comunicative e alla follia di poteri senza ragione e razionalità.

Ci sono evidentemente molte cose da fare per genitori, insegnanti, governanti. La prima è capire, incontrarsi, a cellulari spenti, parlarne. E poi, se dovessi indicare una sola priorità contro il rischio delle “vite interrotte” direi scuola, scuola, scuola. Immaginare la formazione dei ragazzi, e degli insegnanti, in questo tempo digitale, cercare di non diventare schiavi delle tecnologie ma essere capaci di guidarle a fini di crescita collettiva, far divenire le scuole, magari tutto il giorno, luoghi di incontro fisico e di espressione della creatività dei ragazzi, questo sì, mi sembra decisivo.

La fragilità può non essere una malattia, può diventare uno strumento di comprensione e gestione del proprio percorso di vita. Ma questo è possibile a una sola condizione: non essere mai lasciati senza relazioni umane e sociali. Né i genitori davanti alla porta chiusa della stanza dei propri figli, né gli insegnanti di fronte al dovere di dire dei difficili no, né i ragazzi costretti, dallo spirito del tempo, a stare con la testa curva su uno schermo, soli.