di Enrico Calabrese
Il Sole 24 Ore, 6 ottobre 2026
Due dati da cui partire. Il primo: l’85% dei ragazzi e delle ragazze ha visto online post o video in cui la gelosia o il controllo nella coppia vengono presentati come normali. Il secondo: il 92% degli adolescenti si imbatte sui social in contenuti che prendono in giro e svalutano le ragazze. Eppure, gli adolescenti non sono ingenui spettatori della rete. È quanto si legge nella Survey Teen 2026, con le rilevazioni Ipsos Doxa elaborate per Fondazione Libellula, un network di aziende, persone e comunità impegnate nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere e di ogni forma di discriminazione. I risultati della ricerca sono basati sulle voci di oltre 1.300 adolescenti e indagano le percezioni e le esperienze nel mondo online, insieme all’impatto dei social nella vita quotidiana. Noi della redazione di Info Data, potendo analizzare i dati in esclusiva nazionale prima della data di pubblicazione dello studio (prevista per il 7 ottobre 2026), vi riportiamo di seguito i punti di maggior rilievo dell’indagine, assieme al supporto di alcuni grafici, per aiutare le lettrici e i lettori de Il Sole 24 Ore a comprendere i fenomeni, come già fatto sugli argomenti che riguardano i giovani, il loro rapporto con i social e la loro educazione in precedenti articoli.
Metodologia e obiettivi della ricerca - Il nucleo principale della ricerca è costituito da un campione rappresentativo nazionale di 800 giovani, selezionati da Ipsos in base a genere, età e area geografica e intervistati attraverso questionari online auto-compilati (metodologia CAWI). A questa prima popolazione si è aggiunto un secondo campione di 550 ragazzi e ragazze attraverso l’Osservatorio Libellula, utilizzandolo come termine di confronto. Il questionario, della durata media di 16-18 minuti, è stato progettato per andare oltre le dichiarazioni di principio e osservare il comportamento concreto degli adolescenti, alternando domande su percezioni, esperienze personali e reazioni a contenuti tipici dell’ecosistema digitale contemporaneo.
Nello specifico, sono stati analizzati i livelli di esposizione a meme sessisti, contenuti sulla “maschilità alpha”, modelli relazionali basati su gelosia e controllo, linguaggi misogini nella musica e nel gaming, oltre alle pratiche quotidiane sui social, dalla condivisione di immagini alla ricerca di approvazione online. L’analisi finale ha posto particolare attenzione alle differenze legate a genere ed età, con l’obiettivo di comprendere uno degli aspetti centrali emersi dall’indagine: la distanza tra la capacità di riconoscere stereotipi, sessismo e dinamiche tossiche online e la concreta capacità di contrastarli nella vita quotidiana.
Gli stereotipi e i conflitti nell’algoritmo - I social rappresentano il principale ambiente di socializzazione digitale. TikTok è utilizzato dal 64% degli adolescenti intervistati, seguito da Instagram al 51%. Non sorprende, quindi, che gli stessi social siano lo spazio in cui si diffondono con maggiore efficacia stereotipi e modelli relazionali disfunzionali. L’89% degli intervistati dichiara di essersi imbattuto in contenuti legati ai cosiddetti “maschi alpha”, “sigma” o alla cultura del “body count”, mentre l’85% trova frequentemente online post o video che presentano gelosia e controllo della coppia. Secondo le voci dei ricercatori, la responsabilità non è soltanto dei singoli contenuti, ma delle logiche algoritmiche che privilegiano emozioni forti, polarizzazione e coinvolgimento immediato. Questo perché i messaggi che suscitano rabbia, indignazione o conflitto tendono a ottenere maggiore visibilità rispetto ai contenuti più riflessivi.
Il peso del corpo nella società dei like - L’estetica emerge come una delle dimensioni più rilevanti dell’esperienza digitale degli adolescenti. Quasi un ragazzo su due, il 48%, ammette di modificare le proprie immagini sui social per apparire più attraente. Tra le ragazze la percentuale sale al 54%. Inoltre, il 34% dichiara di pubblicare foto provocanti per ottenere più “mi piace”. Il fenomeno del cosiddetto pretty privilege, ovvero il vantaggio sociale attribuito alle persone considerate attraenti, è riconosciuto dal 32% degli intervistati. Al tempo stesso, l’80% ritiene che i social favoriscano la competizione tra ragazze sul piano dell’aspetto fisico. Contribuiscono a questa logica, secondo quanto riportato dagli autori, la popolarità di creator e personaggi pubblici che costruiscono i propri contenuti attorno all’immagine di sé. Nondimeno, anche la crescente promozione di prodotti e servizi del settore beauty contribuisce a rafforzare l’idea che l’aspetto fisico possa determinare il proprio valore. I risultati suggeriscono che gli adolescenti siano perfettamente consapevoli della pressione estetica esercitata dalle piattaforme, ma continuino comunque a partecipare a quelle stesse dinamiche perché considerate centrali per ottenere approvazione
Sentirsi soli, insieme - Contrariamente allo stereotipo dell’adolescente completamente scollegato dal mondo adulto, la famiglia continua a rappresentare il principale riferimento emotivo. Il 56% dei ragazzi e delle ragazze afferma che si confiderebbe con i propri genitori in caso di malessere. La percentuale sale al 67% tra i più giovani, gli adolescenti tra i 14 e i 15 anni. Questo non significa che il disagio sia assente. Il 38% degli intervistati dichiara di sentirsi solo; tra le ragazze la quota raggiunge il 45%, contro il 32% dei ragazzi. Inoltre, il 44% sostiene di non sentirsi compreso dagli adulti. La ricerca individua una diversa gestione delle emozioni tra i generi: le ragazze tendono a riconoscere e verbalizzare maggiormente fragilità e solitudine, mentre i ragazzi risultano più influenzati da modelli culturali che associano la vulnerabilità alla debolezza.
I contesti educativi e le possibili soluzioni - La conclusione della Survey Teen 2026 è netta: il problema non è una presunta incapacità degli adolescenti di comprendere il mondo digitale. I dati mostrano, piuttosto, una generazione che sa riconoscere stereotipi, sessismo, controllo e modelli tossici, ma che spesso incontra difficoltà nel prendere posizione quando questi fenomeni coinvolgono il proprio gruppo di amici, le relazioni affettive o le dinamiche sociali online. Per questo motivo, sostengono gli autori, non basta fornire informazioni o vietare contenuti. Serve costruire contesti educativi capaci di ridurre il “costo sociale” del dissenso, aiutando ragazzi e ragazze a trasformare la consapevolezza in azione concreta.









