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di Stefano Vicari*

Corriere della Sera, 27 ottobre 2026

Dietro un reato c’è sempre una storia. Comprenderla non significa giustificare, né attenuare la responsabilità di chi ha fatto del male. Significa riconoscere che quella storia avrebbe potuto prendere una direzione diversa. Ogni volta che un adolescente si rende protagonista di un episodio di violenza, soprattutto quando appare brutale o immotivato, torna la stessa domanda: quale disagio mentale può spiegare un comportamento simile? È comprensibile cercare una spiegazione a ciò che ci inquieta. Ma troppo spesso questa ricerca si traduce nel tentativo di individuare una diagnosi psichiatrica, quasi che ogni comportamento violento debba nascondere una malattia mentale. È una semplificazione che rischia di impedirci di comprendere quanto accade.

Il rapporto tra salute mentale e criminalità è assai più complesso. La presenza di un disturbo psichiatrico non comporta necessariamente condotte violente, così come commettere un reato non significa soffrire di una malattia mentale. Alcune condizioni psicopatologiche, soprattutto quando si associano ad altri fattori di rischio, possono contribuire a comportamenti aggressivi. Ma una diagnosi, da sola, non spiega il gesto di un ragazzo. Confondere questi piani alimenta lo stigma e nasconde le molteplici radici della violenza.

Le ricerche condotte negli istituti penali minorili mostrano tuttavia un dato che non possiamo ignorare. Una revisione internazionale di 47 studi, su oltre 32mila adolescenti detenuti, ha documentato una frequenza elevata di disturbi psichiatrici: circa sei ragazzi su dieci presentavano un disturbo della condotta; frequenti anche depressione, Adhd e disturbo post-traumatico da stress. Questo non dimostra che siano le malattie mentali a causare i reati. Segnala, piuttosto, che tra i ragazzi detenuti si concentrano bisogni di salute mentale ai quali dobbiamo rispondere.

Ne derivano due responsabilità. La prima è riconoscere precocemente le difficoltà, prima che si aggravino. La seconda riguarda chi è già in carcere: un adolescente che ha commesso un reato non perde il diritto a ricevere cure appropriate. La pena non può sostituire la terapia, né il carcere diventare il luogo in cui lasciamo senza assistenza ragazzi con disturbi psichiatrici. Responsabilità penale e diritto alla cura devono convivere.

Un reato, del resto, è spesso l’ultimo episodio di una storia iniziata molto prima. Difficoltà nella regolazione delle emozioni, comportamenti oppositivi persistenti, conflitti familiari, insuccessi scolastici, frequentazioni a rischio, uso di sostanze: fattori diversi che possono intrecciarsi e rafforzarsi. Non esiste un percorso inevitabile dal disagio alla delinquenza. La maggior parte degli adolescenti in difficoltà non commetterà reati. Ma quando le vulnerabilità si accumulano, e nessuno riesce a intervenire, alcuni comportamenti possono consolidarsi fino a configurare un disturbo della condotta e, talvolta, sfociare nella criminalità.

Contano anche le condizioni sociali. Povertà educativa, precarietà, isolamento e scarsità di opportunità non condannano nessuno a diventare violento, ma possono ridurre le occasioni di trovare sostegno e alternative. La dispersione scolastica ne è un segnale importante. È vero che la media nazionale è migliorata, ma il dato complessivo non racconta le differenze tra territori, né descrive quei ragazzi che restano formalmente iscritti senza acquisire competenze adeguate. Quando un adolescente si allontana dalla scuola, rischia di perdere non soltanto istruzione, ma relazioni, riferimenti adulti e occasioni di crescita.

Proprio in questa fase la risposta dei servizi territoriali è spesso insufficiente o frammentata. Le famiglie faticano a trovare sostegno, gli insegnanti affrontano situazioni complesse senza risorse adeguate, gli interventi sanitari, sociali ed educativi procedono separati. E così si arriva a intervenire quando i comportamenti sono già gravi, mentre si sono perse occasioni preziose per modificarne l’evoluzione. Dietro un reato c’è sempre una storia. Comprenderla non significa giustificare, né attenuare la responsabilità di chi ha fatto del male. Significa riconoscere che quella storia avrebbe potuto, almeno in alcuni casi, prendere una direzione diversa. Una famiglia sostenuta, una scuola capace di trattenere anziché allontanare, servizi accessibili, sport, cultura e luoghi di aggregazione possono offrire ai ragazzi strumenti per crescere e possibilità concrete di cambiamento.

Chi commette un reato deve risponderne. La tutela delle vittime e il rispetto delle regole non sono negoziabili. Ma la risposta penale non può esaurire il compito delle istituzioni. Dopo il decreto Caivano è cresciuto il numero dei giovani detenuti; non è altrettanto chiaro se e quanto le misure adottate abbiano ridotto la violenza. È una domanda che merita dati e valutazioni rigorose, prima di proporre nuovi posti in carcere.

La vera scelta non è tra punire o educare: una società deve saper fare entrambe le cose. È decidere se investire soltanto quando un adolescente arriva davanti a un giudice oppure molto prima, nella scuola, nelle famiglie, nei servizi e nelle opportunità di crescita emotiva, cognitiva e culturale. Più carceri o più scuola? La risposta comincia da quanti ragazzi riusciamo a non perdere.

*Direttore della Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma; professore di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore