sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Flavia Amabile

La Stampa, 19 novembre 2024

I progetti per i giovani e gli operatori non sono decollati, il testo unico è fermo. La Fondazione Una, nessuna, centomila: “È stato l’anno più buio di sempre”. È il 18 novembre del 2023 quando il corpo di Giulia Cecchettin viene ritrovato in fondo a un canalone, dopo essere stata uccisa con 75 coltellate da quello che avrebbe voluto essere ancora il suo fidanzato ma da tempo non lo era più. L’ondata di sdegno diventa una commozione che investe l’Italia intera. Purtroppo per il governo l’assassino non ha nulla del violentatore o del femminicida onnipresente nei loro racconti. È bianco, di buona famiglia, ed è nato e cresciuto nel cattolicissimo e leghistissimo Veneto. Ma rimanere in silenzio è impossibile. Ha inizio una gara a colpi di buoni propositi, annunci dai toni trionfalistici e bersagli da indicare per allontanare dalla pubblica opinione l’idea che il codice rosso e l’apparato punitivo su cui da tempo il governo sta lavorando siano inefficaci come da tempo sostengono dalle file dell’opposizione.

Il ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo chiede un “grande sforzo dal punto di vista culturale per insegnare ai nostri giovani il rispetto delle donne”, senza scendere in dettagli. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio è più esplicito. Sottolinea che “come diceva Manzoni quando uno dà uno schiaffo nemmeno il Papa lo può togliere”, e quindi poiché “l’attività repressiva non è adeguata a intimidire chi vuole commettere un reato”, bisogna svolgere un’attività “essenzialmente preventiva” e “educare i genitori oltre ai figli”. Il ministro degli Esteri Tajani, aver deciso di illuminare di arancione la Farnesina e aver chiesto scusa come uomo, chiama anche lui in causa le famiglie perché a loro spetta la responsabilità di “far capire che non ci sono persone di serie A e di serie B”.

Insomma, per una parte dell’esecutivo la violenza è un problema da risolvere tra le mura di casa. E poi c’è il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara che dall’estate, dopo il clamore suscitato dagli stupri di Palermo e di Caivano, sta lavorando a un grande progetto per portare nelle scuole l’educazione al rispetto nei confronti delle donne. Con grande senso dei tempi, ha organizzato una solenne presentazione in Senato. Accompagnato dai ministri Roccella e Sangiuliano, annuncia il via libera - forse già dalla primavera successiva ma di sicuro dal settembre 2024 - di corsi con gruppi di discussione e autoconsapevolezza tra gli studenti delle superiori, il coinvolgimento di influencer e di una folla di addetti ai lavori tra psicologi, pedagogisti, giuristi, esperti e associazioni di vario tipo tranne quelle che si occupano di violenza contro le donne. La sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti ne è sicura: “Si va verso lo smantellamento della cultura del possesso”. Il ministro della Salute Schillaci invece vorrebbe che “il rispetto” venisse insegnato alle scuole elementari.

Mentre nel governo si cerca una difficile linea comune, sospinte da quest’onda di commozione che non sembra arrestarsi, il 22 novembre anche la segretaria del Pd Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorga Meloni si sentono al telefono e annunciano di essere d’accordo sulla possibilità di “trovare un terreno comune per far fare un passo avanti al Paese sulla prevenzione della violenza di genere”. Il giorno dopo viene approvato all’unanimità il ddl Roccella che rafforza le norme penali già esistenti, ma vengono anche approvati gli ordini del giorno del Pd e della maggioranza per accelerare i tempi per una discussione in aula sull’introduzione dei corsi antiviolenza nelle scuole e per stanziare risorse per la formazione di operatori e operatrici. Ormai siamo a poche ore dal 25 novembre, la giornata contro la violenza sulle donne. C’è tempo per un ulteriore annuncio, stavolta da parte di Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio: “È il momento di lavorare a un testo unico sulla violenza di genere”.

E poi? Che cosa resta di tante parole un anno dopo? “Una totale inerzia istituzionale” risponde Antonella Veltri, presidente di D.i.Re., la più grande rete italiana di centri antiviolenza. “Del progetto di Valditara sappiamo che in alcune scuole è girata una circolare che dava la possibilità a chi voleva di attivarsi, e non molto di più”. Nessuna notizia del progetto nelle scuole anche secondo Valeria Valente, senatrice del Pd ed ex presidente della Commissione sul femmincidio: “Mi viene da dire che è preferibile che non ce ne sia traccia: se a sovrintendere era lo stesso Valditara che ha parlato alla presentazione della Fondazione Cecchettin avrei avuto più di una preoccupazione”. Sul testo unico Valeria Valente spiega che dopo dodici mesi si è ancora “alla ricognizione dei testi normativi esistenti”. “Non ci sono passi avanti, anzi si rischia soltanto di tornare indietro”, conclude. Per Lella Palladino, vicepresidente della Fondazione Una nessuna centomila, l’anno appena trascorso “è stato il più buio per i diritti di tutti” perché “l’Italia ha perso posizioni in tutti gli indicatori sul gender gap mentre nella violenza sulle donne registriamo un pericoloso abbassamento dell’età di aggressori e vittime. Non pervenuto il progetto di Valditara, non pervenuti gli interventi su formazione e prevenzione mentre dalle donne che passano per i centri abbiamo notizia di una quota troppo elevata di archiviazioni e assoluzioni dei casi denunciati”. Un anno e tante parole perse, insomma, è la risposta di chi si occupa da anni di questo tema. Un anno in cui, come ha ricordato ieri Gino Cecchettin, dopo la morte di Giulia sono state uccise “altre 120 donne soltanto in Italia”.