di Mauro Palma
Avvenire, 1 settembre 2024
Un mese difficilissimo per chi è ristretto nelle patrie galere è stato l’agosto 2024. E anche per chi vi lavora o per chi tenacemente cerca di portare al suo interno ipotesi credibili di speranza. La difficoltà non nasce soltanto dal bollettino quotidiano delle mancanze, né dall’analisi delle difficoltà e della palese inaccettabilità delle condizioni materiali nella quasi totalità degli Istituti: tutto è noto da tempo e la pur doverosa ripetizione talvolta non aiuta a comprendere né a portare a valore le poche, ma esistenti, esperienze positive e costruirne una possibile estensione.
Perché non è certo l’analisi a essere carente: a mancare completamente è la prospettiva di mutamento che da essa possa e debba scaturire; nonché la volontà di ricercarla. Le attuali condizioni detentive sono facilmente sintetizzabili in quattro parole: affollamento, chiusura, tensione, fragilità. L’affollamento incide sulle altre; ma incide anche l’interpretazione restrittiva di indicazioni che, nate per sollecitare progettualità e attività, hanno di fatto determinato in molti, troppi, casi la chiusura nella cella per la gran parte della giornata laddove non si hanno attività e progetti, del resto di difficile realizzazione se si lotta ogni giorno con numeri che superano la soglia tollerabile.
Le prime due parole sono perciò premessa per le successive: per la tensione che ineludibilmente si accentua e che rende difficilissima la quotidianità interna e per quella perdita di sensatezza e di valore della propria vita che incide particolarmente su chi sta vivendo un momento di maggiore fragilità. Il contatore di coloro che scelgono la non-vita è stato ed è implacabile. Questa pur nota analisi non è però produttrice di esiti conseguenti, né di decisioni minimamente adeguate. Al contrario, la distanza tra constatazione e proposte si è allargata in questi mesi.
Perché le proposte avanzate da chi ha diretta responsabilità politica continuano a seguire una logica diversa dai criteri utilizzati per l’analisi: se questi ultimi guardano al mondo interno, a come in quei luoghi si vive e si lavora, le proposte guardano invece all’esterno, al loro essere coerenti con le pulsioni del proprio elettorato e funzionali al suo consenso. Non guardano prioritariamente alla soluzione dei fattori che configurano in molti casi la vita interna al carcere come prossima al “trattamento contrario al senso di umanità” e certamente distante da una finalità di possibile positivo reinserimento, bensì all’umore e al consenso di quella larga parte della collettività esterna che, pressata dalla logica della gestione delle paure, tende ad affidarsi a chi si propone come inflessibile garante di una inesauribile richiesta di sicurezza.
Nessuno, infatti, può seriamente ritenere credibili le proposte contenute nel decreto recentemente convertito in legge per affrontare la difficile situazione documentata ogni giorno nelle diverse carceri della penisola. Né valgono i maldestri tentativi di sostenere che le celle dei nostri Istituti “sono in linea con gli standard europei “ o quelli di chi, per mostrare vicinanza al tema continua a ritenere che la vita in carcere si comprenda attraverso le visite spot agli operatori di Polizia penitenziaria, come se si comprendesse la funzionalità di una struttura sanitaria senza incontrare i malati e incontrando solo quel settore del personale ritenuto più corrispondente alla propria impostazione culturale e politica.
Non sono proposte credibili e neppure credute da chi le ha avanzate e ha subito chiarito, contraddicendo l’enfasi dell’annuncio, che in seno al governo se ne stavano valutando altre. Nel frattempo, l’attesa di chi è ristretto all’interno di quelle mura ha subito una nuova frustrazione. E in certi luoghi la frustrazione non è senza conseguenze. In questo contesto di assenza da parte dei responsabili politici sia di proposte di immediata attuazione, sia di interventi nel medio e lungo periodo che credibilmente incidano su vivibilità e sensatezza, anche la responsabilità amministrativa traballa. Il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria ha emanato una nota, con preghiera di massima diffusione “anche appendendola nelle sale comuni”, in cui venivano interpretate le nuove previsioni del decreto in una forma sintetica, per più aspetti giuridicamente sgrammaticata e soprattutto capace di suscitare improprie attese da parte delle persone detenute. Solo ventiquattro ore dopo ha però fatto marcia indietro ed è stata derubricata a semplice nota interna, da non far circolare.
Una vaghezza che contribuisce al senso di abbandono e accresce tensioni. Parallelamente, su alcuni temi su cui l’amministrazione dovrebbe agire con celerità, non provvede, tergiversa: dal gennaio di quest’anno la Corte costituzionale ha chiarito che il divieto assoluto e indiscriminato di riservatezza dei colloqui tra persone detenute e i loro cari contrasta con la nostra Carta e ha chiamato le Istituzioni a risolvere tale contraddizione, ma nulla l’amministrazione penitenziaria ha ancora realizzato, al di là di un mero gruppo di studio.
Una responsabilità politica assente o sostanzialmente affermativa del castigo meritato, con disattenzione alla prospettiva del positivo reintegro nella società esterna; una responsabilità amministrativa sostanzialmente aderente a tale impostazione e non in grado di esercitare un ruolo progettuale complessivo; una crescente denuncia di insostenibilità del sistema da parte di chi è attento al tema delle pene e della loro esecuzione. Questa la fisionomia che le riflessioni di questi mesi ci consegnano. Riflessioni che aprono necessariamente all’altra fondamentale funzione che tiene insieme il sistema: il controllo.
Quell’occhio esterno di vigilanza che si esprime sia nella tutela giurisdizionale da parte della magistratura di sorveglianza, sia in quella non giurisdizionale da parte degli organismi di garanzia, sovranazionali e nazionale. Tralasciando qui, per brevità, l’analisi dei bisogni della magistratura di sorveglianza e la constatazione della inadeguata - o spesso inesistente - attenzione a essa rivolta dal decisore politico, mi limito a spendere alcune parole per la funzione di garanzia non giurisdizionale, perché il mese di agosto si è rivelato di particolare, triste, difficoltà.
Il Presidente del Garante nazionale è improvvisamente deceduto, dopo aver esercitato il suo mandato per appena duecento giorni. Giorni vissuti con impegno, nell’intento di mantenere visibile l’istituzione e conoscere un mondo che, nonostante la sua competenza giuridica e la pluriennale esperienza politica, non gli era precedentemente familiare. Non è semplice, del resto, entrare nella dinamica di un organismo di controllo che ha anche una proiezione sovranazionale - essendo il Garante nazionale “terminale” di un sistema di vigilanza delle Nazioni Unite sulla privazione della libertà personale in una prospettiva di prevenzione di ogni possibile trattamento contrario al senso di umanità e alla dignità delle persone ristrette.
Questa dimensione comporta, innanzitutto, che il mandato si estenda a tutte le forme di privazione della libertà personale e non solo al carcere. Comporta poi che quel verbo “visitare” richiamato dalla norma istitutiva del Garante nazionale abbia una specificità che lo rende distante dal semplice “andare in visita” perché implica tempi adeguati, accesso a documenti, colloqui riservati e distesi con le persone: quindi, preparazione, supporto tecnico, check list su cosa vedere, discussioni in seno alla delegazione che compie la visita, raccomandazioni successive.
Sono modalità che si acquisiscono gradualmente e che purtroppo non è stato possibile trasmettere come esperienza dal precedente Collegio all’attuale: una discontinuità che tuttora attende di essere sanata. Ora, sono proprio quelle parole-chiave che attualmente sintetizzano la difficile situazione della detenzione in carcere a richiedere che si agisca con celerità nel ricostituire la pienezza del Collegio, attraverso la procedura di nomina del nuovo Presidente, tenendo fermi alcuni noti capisaldi: l’assoluta indipendenza, la competenza nel settore della privazione della libertà e della tutela dei diritti umani, l’apertura all’interlocuzione con gli organi di controllo sovranazionali. Sono premesse ineludibili per rafforzare la continuità dell’Istituzione, ma anche per far sì che il Garante nazionale sia di stimolo a quel necessario cambio di passo che i diversi luoghi della privazione della libertà attendono, come cultura, come azione, come recupero del valore della dignità di chi in essi è ristretto.










