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di Maria Serena Natale

Corriere della Sera, 26 dicembre 2022

Parchi, palestre, scuole, università, Ong: spazio pubblico negato per le afghane sempre più recluse in un orizzonte fisico e culturale di sopruso e controllo. Era il 2001 degli attacchi alle Torri gemelle e il regista iraniano Mohsen Makhmalnaf raccontava l’eclissi delle donne afghane sotto il regime talebano in un film che scosse il mondo, “Viaggio a Kandahar”.

Burqa, scuole coraniche, kalashnikov e gambe finte dal cielo: l’Occidente scopriva che l’Afghanistan amato dai figli dei fiori e poi devastato dalla guerra civile era diventato un buco nero. Venne un’altra guerra, contro il terrore talebano e per la libertà, alla quale abbiamo partecipato anche noi con la coalizione a guida Usa. Vent’anni dopo, gli ultimi americani sono andati via e i talebani si sono ripresi il Paese. Da Kandahar a Herat a Kabul, mentre l’Iran degli ayatollah brucia al grido “Donna, vita, libertà”, per le donne afghane è di nuovo notte.

Appena tornato al potere, il regime si è mostrato più aperto e conciliante ma ha tolto presto la maschera. Prima il divieto di accesso a parchi e palestre, poi le scuole chiuse alle bambine in molte province. Infine il bando dall’università. Spazio pubblico negato, l’istruzione primo fronte della repressione, ragazze sempre più recluse in un orizzonte fisico e culturale di sopruso e controllo. Ora tocca alle poche oasi rimaste: il governo proibisce alle afghane di lavorare per le Organizzazioni non governative nazionali e internazionali poiché questi soggetti, spiega un documento del Ministero dell’Economia, non garantiscono il rispetto del codice sul velo. Il potere recide i legami con l’esterno, con le Ong che non sono soltanto vitale riparo da fame e malattie, ma offrono spesso l’unica opportunità di prendere coscienza dei propri diritti. Nel silenzio dell’Occidente, come denuncia il recente appello del mondo accademico italiano contro l’indifferenza delle istituzioni. L’Afghanistan fu il pantano dove affondò la potenza sovietica. Che non diventi l’ultimo specchio dell’impotenza del mondo libero.

A Jalalabad gli studenti di Medicina hanno lanciato un primo importante segnale rifiutando di dare gli esami per abbracciare la lotta delle colleghe. La vigilia di Natale le donne hanno protestato a Herat. I Talebani le hanno disperse con cannoni ad acqua, non prima che salisse al cielo un grido: codardi.