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di Emanuele Giordana

Il Manifesto, 18 aprile 2022

Con i nuovi ordini la repressione è peggiorata “soprattutto dall’inizio del 2022, e - scrive Reporter sans Frontieres - sta instillando un clima di paura e preoccupazione nelle redazioni”.

Si moltiplicano le denunce contro le restrizioni dei diritti che il governo talebano continua a imporre alla società dell’Afghanistan. L’ultima in ordine di tempo riguarda la libertà di stampa. In febbraio, ha scritto Reporter sans Frontieres al neonominato inviato Onu per i diritti umani Richard Bennett, il viceministro all’Informazione Zabihullah Mujahid aveva confermato che la legge sulla stampa promulgata nel marzo 2015 era ancora in vigore.

Ma poi il 28 marzo ha vietato la trasmissione sui canali privati dei mezzi di informazione internazionali Voa, Bbc e DW in lingua locale (dari, pashto e uzbeko). Il ministero si è giustificato per via di un problema… nell’abbigliamento delle giornaliste.

Con i nuovi ordini la repressione è peggiorata “soprattutto dall’inizio del 2022, e - scrive Rsf - sta instillando un clima di paura e preoccupazione nelle redazioni”. Sono aumentate minacce e arresti arbitrari mentre la nuova intelligence talebana può vietare trasmissioni e programmi o recarsi direttamente in redazione e arrestare giornalisti o impiegati. Secondo Rsf, tra il 15 agosto 2021 e il 4 febbraio 2022, almeno cinquanta professionisti dei media sono stati arrestati dalla polizia e dai servizi di intelligence locali. Rsf chiede dunque a Bennet di sollevare la questione della natura arbitraria di questi arresti: ai sensi della legge sulla stampa del 2015 infatti, la polizia segreta non ha il diritto di intervenire direttamente negli affari dei media o di arrestare i giornalisti prima che si sia espressa la Commissione per l’accertamento dei reati mediatici. Commissione che però, nonostante le promesse del governo talebano, non è mai stata istituita.

L’istituzione della Commissione è una richiesta più volte ripetuta dai giornalisti dell’Afghanistan, Paese che, nell’edizione 2021 del World Press Freedom Index, si trovava al 122° posto su 180 Paesi. Rischia ora di essere assai più in basso.

A occuparsi della protezione dei giornalisti e della produzione editoriale in Afghanistan è stato intanto istituito l’anno scorso un fondo dall’Unesco che dovrebbe garantire posti di lavoro ma anche negoziato col governo talebano. Per ora ci sono solo 2 milioni e mezzo di euro in arrivo dall’Unione europea ma si tratta di una somma ancora insufficiente per garantire che i progetti, già elaborati da gruppi di giornalisti e giornaliste afgane, possano camminare con gambe solide.