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di Alessandro Fioroni


Il Dubbio, 20 novembre 2020

 

Un rapporto inchioda i soldati: giustiziarono a sangue freddo quaranta civili. Lo scandalo, insabbiato da alti ufficiali, scuote l'opinione pubblica Sotto accusa il corpo d'élite Australian Defence Force (Adf). Esistono "prove credibili" che un corpo d'elite del contingente australiano stanziato in Afghanistan come parte della coalizione anti talebani abbia commesso crimini di guerra. È la conclusione a cui è giunto un rapporto dell'Australian Defence Force (Adf) a seguito di un'inchiesta durata 4 anni.

L'Australia è scossa da uno scandalo dalle proporzioni enormi che coinvolge la stessa posizione internazionale del paese. L'accusa principale è quella di aver giustiziato 39 civili senza nessuna plausibile giustificazione tra il 2009 e il 2013. L'indagine è stata condotta dal Magg. Gen. Justice Paul Brereton che ha ascoltato più di 400 testimoni. Nel rapporto vengono indicati 25 soldati delle forze speciali che hanno preso parte a uccisioni illegali direttamente o indirettamente nel corso di 23 "incidenti". In totale si tratta di 36 esecuzioni che ora saranno soggette alla lente d'ingrandimento della polizia federale. stato lo stesso capo dell'ADF, il generale Angus Campbell, a confermare che nessun caso può essere "definito come determinato dalla concitazione di una battaglia... o in circostanze di confusione".

In particolari, riferisce il rapporto, "ai soldati sarebbe stato ordinato di uccidere la loro prima persona come parte di una sorta d'iniziazione. Inoltre per coprire i crimini venivano lasciate armi vicino ai morti. Tradotto: crimini di guerra e trattamento crudele, figlio di una cultura distorta... abbracciata e amplificata da alcuni sottufficiali esperti, carismatici e influenti e dai loro protetti, che hanno cercato di confondere l'eccellenza militare con l'ego, l'elitarismo e il diritto". In ogni caso per l'ADF non sarebbe corretto incolpare i comandi superiori in quanto le violazioni sarebbero iniziate e nascoste da parte dei comandanti di pattuglia.

Una ricostruzione che conferma le conclusioni di chi, per prima, ha iniziato ad indagare sugli accadimenti. Si tratta della ricercatrice per i diritti umani Samantha Crompvoets: fin da subito aveva rilevato come ad essere coinvolti fossero anche sottufficiali molto influenti. "I comandanti di plotone incoraggiavano o insistevano che i giovani soldati giustiziassero i prigionieri per compiere la loro prima uccisione, quindi era quel tipo di comportamento per preparare questi giovani soldati o per farli entrare nello squadrone, questo è stato molto inquietante".

La dottoressa Crompvest dice di aver affrontato "un'enorme resistenza" quando il suo rapporto iniziale è trapelato. "Sono stata criticata per essere una donna, una civile, una femminista, che in qualche modo stava cercando di femminilizzare la difesa delle vittime". I vertici militari avrebbero cercato di ostacolare l'inchiesta, per questo la Commissione indipendente per i diritti umani dell'Afghanistan (Aihrc) insiste per andare a fondo. "Solo con inchieste indipendenti - spiega un portavoce della Commissione - potremo scoprire la reale portata di questo disprezzo per la vita afgana, che ha normalizzato l'omicidio ed è sfociato in crimini di guerra".