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di Costanza Spocci

Il Domani, 6 luglio 2026

Non c’è scuola superiore. Non c’è lavoro. Non ci sono luoghi pubblici dove andare. La segregazione delle donne è diventata legge e il burqa è obbligatorio in sempre più province. Intanto, a Bruxelles funzionari europei incontrano una delegazione talebana per discutere di rimpatri e flussi migratori: “Ci stiamo abituando alla paura: questo è il problema”. Kabul - A Garmsir la strada sterrata corre diciotto chilometri da Lashkar Gah, il capoluogo dell’Helmand. Bambini in ciabatte di plastica guardano passare la nostra macchina dal ciglio del canale. Poco lontano un gruppo di ragazzini ha parcheggiato moto e biciclette per tuffarsi e sfuggire al caldo torrido.

Ogni tanto una bandiera bianca talebana su un palo segna un checkpoint dove un uomo con il turbante e il kalashnikov sbircia dentro il finestrino, e fa cenno di andare. Il sole è già alto alle nove del mattino e l’aria sa di polvere. Sei anni fa era impensabile raggiungere il villaggio senza rischiare di saltare in aria su un ordigno esplosivo, o farsi ridurre le portiere a colabrodo dal fuoco incrociato dei Talebani e le forze internazionali. Oggi i pastori nomadi kuchi, invece, solcano le carraie della zona con le loro greggi evitando le mine inesplose e soprattutto il nuovo pericolo pubblico numero uno: le motociclette sovraffollate che sfrecciano all’impazzata contromano, trasportando su due ruote una marea di persone.

L’Afghanistan senza musica: i regimi temono sempre il bello “Non so come farò” Il punto di primo soccorso di Emergency a Garmsir, che in persiano significa letteralmente “posto caldo”, è un edificio basso con un cancello sorvegliato. Dentro, nella sala d’attesa ci sono decine di madri con bambini piccoli e magri che piangono in coro. Sono le prime donne che incontriamo. Nell’Helmand, storica roccaforte talebana, sono diventate una specie rara da avvistare negli spazi pubblici. Una ragazza, con il burqa tirato su, mangia qualcosa in silenzio mentre aspetta di farsi visitare dall’ostetrica. Nell’angolo, accucciata accanto a lei, c’è una donna con gli occhi verdi e il viso scavato di chi non dorme abbastanza da anni.

Parla a voce alta, mentre stringe tra le dita il polso esile di sua figlia di tre anni. “Mio marito è eroinomane”, racconta, “e non lavora”. Hanno dodici figli, lei è incinta del tredicesimo. Indica la pancia: “Sono al sesto o settimo mese, non so di preciso”. Non può lavorare, perché è donna, e i Talebani da quando sono tornati al potere cinque anni fa lo vietano. Ogni giorno quindi si infila il burqa e fa l’elemosina al mercato. Raccatta quello che trova, dice, e tira fuori dalle tasche una cipolla e pochi spiccioli.

Qualche settimana fa ha provato a vendere suo figlio più piccolo di dieci mesi ai vicini di casa per 1.800 euro. Erano intenzionati a comprarlo, ma una delle figlie più grandi si è avvinghiata al fratellino e non lo ha lasciato portare via. Le urla hanno attirato altri vicini che, per sfamare i bambini, hanno fatto una colletta e regalato una capra da latte alla signora. “Ora però arriva un altro figlio”, dice lei preoccupata, “e non so come farò”.

Guerra, tradimenti e basi militari. Il futuro incerto degli Usa nel Golfo La crisi continua Mentre questa donna parla, a Bruxelles funzionari europei incontrano una delegazione talebana per discutere di rimpatri e gestione dei flussi migratori. È una delle prime interlocuzioni diplomatiche formali tra l’Unione europea e il regime che ha preso il potere in Afghanistan ad agosto del 2021, quando mezza Italia era al mare e migliaia di afghani si accalcavano all’aeroporto di Kabul. Molti ricordano le immagini: la gente aggrappata ai carrelli degli aerei, bambini passati sopra i muri di filo spinato, gli attacchi bomba.

Cinque anni dopo, l’Afghanistan è scivolato fuori dall’agenda internazionale. La guerra è finita. Ma per gli afgani la crisi continua. Alle porte della clinica le signore si accalcano per raccontare la loro storia: i costi proibitivi delle medicine, la difficoltà di pagare latte in polvere di qualità per i neonati, il fatto che in famiglie di 15-20 membri nessuno, o al massimo una persona, porta a casa un salario. Il capannello si fa sempre più grosso e di colpo il giovane dottore che ci accompagna fa cenno che è ora di andarsene: gli uomini in fila fuori si stanno agitando, diversi hanno barbe lunghe e turbanti e non sono d’accordo che le donne siano intervistate senza il permesso dei loro mariti. Garmsir è l’estrema periferia, ma il tracollo colpisce tutto il paese.

Dal 2023 oltre cinque milioni e mezzo di afghani sono stati rimpatriati o deportati con la forza da Iran e Pakistan, arrivando di colpo senza case e senza lavoro in un paese che non li aspettava. Nel reparto pediatrico dell’ospedale di Emergency a Kabul c’è una bambina in carrozzina con gli occhi curiosi e i capelli lunghi che spuntano sotto un velo bianco. Si chiama Jamila, dice di avere otto anni ma è così gracile che ne dimostra cinque. Viveva con la famiglia in Pakistan, nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa.

Il nonno Suqum si era trasferito lì dai tempi della guerra contro i sovietici, negli anni Ottanta. A novembre 2025 è stato arrestato e rispedito in Afghanistan con tutta la famiglia, anche la nuora che aveva partorito da tre giorni. Jamila è stata travolta a Jalalabad da un convoglio di Talebani. Suqum racconta tutto seduto su una panchina accanto alla barella della nipote, parlando lentamente, come chi ha imparato a misurare le parole: “In Khyber mi hanno confiscato il negozio costruito con la fatica di una vita. Abbiamo perso tutto. Non so cosa ci aspetta, ma ora tutto quello a cui riesco a pensare è che Jamila si riprenda”.

Arrivano così a mani vuote, con bambini malati, in un paese diventato più caro, più affollato e sempre più violento. Da ottobre 2025, con la guerra Af-Pak, il Pakistan ha chiuso il confine con l’Afghanistan, riducendo il flusso di importazioni di beni e medicine essenziali. Il riso è aumentato del 50 per cento, così come l’olio da cucina. Gli affitti sono cresciuti dal 10 a oltre il 100 per cento: in capitale un appartamento medio di due stanze è passato da 4.000-8.000 afghani a 10.000-15.000 (da 57-107 a 134-201 euro). La disoccupazione sfiora il 70 per cento, aggravata dal fatto che l’intera popolazione femminile è esclusa dall’istruzione superiore, dalla maggior parte dei lavori e dalla vita pubblica.

Afghanistan e Pakistan: le due anime dei talebani incendiano l’altro Oriente Abituati alla paura I medici dell’ospedale di Kabul raccontano la disperazione coi numeri: l’80 per cento dei ragazzi fino ai 35 anni che arrivano al pronto soccorso è dipendente da metanfetamine. Il dott. Abdel Wahid segnala anche un aumento nei casi di tentato suicidio. Zahra è un’infermiera che lavora in Helmand. Quando racconta di una donna che ha tentato di suicidarsi con un fucile, finisce la frase quasi senza fiato: “Non è la prima. Non sarà l’ultima”.

E indica una ragazza di 15 anni allettata, con lo sguardo perso nel vuoto. Le coperte bianche nascondono uno squarcio nel petto che i chirurghi le hanno chiuso appena in tempo. Ha provato a uccidersi con un coltello, l’unica arma che aveva. Negli ospedali di Lashkar Gah, Kabul e Anaba arrivano di continuo ragazze che hanno ingoiato acido, che si sono pugnalate, sparate, o che, come si dice in gergo, sono “cadute dall’alto”. Non c’è scuola superiore. Non c’è lavoro. Non ci sono luoghi pubblici dove andare. La segregazione delle donne è diventata legge e il burqa è obbligatorio in sempre più province. Due settimane fa ad Herat decine di donne sono scese in piazza contro le nuove restrizioni e la polizia talebana le ha disperse nel sangue, in maniera plateale ed esemplare. In Panjshir le donne sono già da un anno obbligate a girare interamente ricoperte. “Col burqa fa un caldo terribile e con quella retina non si vede nulla”, racconta Zahra, un’ostetrica nella maternità di Anaba.

“Qualche settimana fa una nostra collega si è rotta una gamba scendendo dal bus perché ha mancato un gradino”. Ride amaramente. Amina, una giovane infermiera, interviene con una calma che non è rassegnazione ma qualcosa di simile: “Ci stiamo abituando alla paura. Questo è esattamente il problema”. Di fianco a lei una donna sta allattando un bambino con le braccia e le gambe della consistenza di un fuscello. “Pesa 1,2 kg”, dice Amina, “ha un anno”.

Secondo le stime dell’Oms, 3,7 milioni di bambini soffrono oggi in Afghanistan di malnutrizione acuta, ma il numero reale potrebbe essere ancora più alto: molti casi non vengono diagnosticati, e quando i genitori portano i figli in una clinica il peggioramento è già avanzato, talvolta irreversibile. È un dato che getta un’ombra ancora più cupa sulle conversazioni raccolte in queste settimane, molte delle quali finiscono in pianti sconsolati che si schiantano contro il muro invalicabile di una vita che, a dire di molti, è senza prospettive.

Per strada ad Anaba, mentre stiamo andando via, un venditore ambulante ci grida qualcosa indicando una piccola gabbia appesa a una parete. Dentro c’è un uccellino che canta. Qualcuno traduce: “È in gabbia, come tutto il paese”. Reportage realizzato con il supporto di Emergency, che opera in Afghanistan dal 1999.