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di Giampaolo Cadalanu


La Repubblica, 22 luglio 2021

 

Le forze turche sono impegnate a proteggere l'aeroporto di Kabul da sei anni, ora il presidente chiede che Washington paghi. Il progetto è quello di creare una zona di influenza turca di fronte al ritiro degli altri Paesi Nato. La Turchia terrà in Afghanistan un suo contingente militare, ma solo se a pagare saranno gli Stati Uniti. La richiesta arriva dal presidente, Recep Tayyip Erdogan, il quale ha sottolineato che se Washington ha interesse a mettere in sicurezza l'aeroporto internazionale "Hamid Karzai" di Kabul, allora deve soddisfare a "condizioni" particolari, con un sostegno finanziario, logistico e diplomatico.

La richiesta di Ankara segue una strategia pianificata da tempo: la Turchia ha partecipato all'intervento militare in Afghanistan solo a patto che le sue truppe non prendessero parte ai combattimenti. Di fatto l'idea era quella di proporsi sin dal primo momento per un ruolo super partes. Forti anche della comune fede islamica, i turchi hanno provato a profilarsi diversamente dagli occidentali, anche se la risposta dei talebani è stata di scarso entusiasmo. Ankara aveva persino proposto un passaggio del processo di pace a Istanbul, ma gli "studenti coranici" hanno preferito andare avanti con la loro condotta abituale, composta di attacchi militari e colloqui rallentati nella sede "amica" di Doha.

Proprio i buoni rapporti fra Qatar e Turchia avevano spinto il governo di Ankara a scommettere su un progetto ambizioso, che però ancora non decolla. E proprio sull'aeroporto di Kabul, dove le forze di Erdogan sono impegnate da sei anni a gestire le operazioni logistiche e militari, sembra essersi consumata una rottura seria: i talebani hanno ammonito Ankara, insistendo sul principio che tutte le truppe straniere devono lasciare il Paese.

Erdogan ha ribattuto che con il sostegno Usa l'impegno turco a garantire l'apertura dello scalo verrà mantenuto e garantito. Per Ankara è anche un'occasione preziosa per ricostruire almeno in parte il rapporto con l'alleato d'oltre oceano, messo seriamente in discussione da una serie di disaccordi legati soprattutto alle "aperture" di Erdogan verso Mosca, in tema di armamenti e non solo.

Un primo passo verso un allentamento delle tensioni è stato nell'incontro con Joe Biden, in giugno, a margine di un meeting della Nato. Nei giorni scorsi, Erdogan aveva lasciato capire che sul tema dell'aeroporto di Kabul c'era stato un accordo di massima, anche perché il pericolo che lo scalo finisca in mano ai talebani sembra inaccettabile, visto che sarebbe una svolta difficilmente sostenibile, peggiore di una sconfitta con grave perdita territoriale.

Erdogan ha sempre sostenuto la necessità di parlare con i talebani, sottolineando che questi ultimi sono probabilmente più a loro agio confrontandosi con controparti turche piuttosto che americane. Per ora, comunque, la risposta degli studenti coranici è sempre la stessa: i soldati "invasori", musulmani o no, saranno sempre trattati da nemici.

Con tutta probabilità, l'atteggiamento dei talebani è legato alla fase sul terreno, che li vede in forte offensiva (ieri hanno colpito anche Kabul, prendendo di mira il palazzo presidenziale con razzi). La posizione di vantaggio potrebbe ispirare il rifiuto ad assumere nuovi "padrini", quanto meno fino a quando il controllo dell'intero Afghanistan non sarà in mano loro. Persino il loro tradizionale protettore, il Pakistan, fatica a recuperare un maggiore controllo sul gruppo integralista, ormai riottoso anche verso Islamabad. Ma per i Paesi dell'area la prospettiva di un regime talebano aggressivo è poco gradita. E questo vuol dire che anche per gli "studenti coranici" la scelta di accettare alleanze con nazioni musulmane sarà obbligata.