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di Francesco Semprini

 

La Stampa, 30 luglio 2021

 

Colpi vicino alla base lasciata dai nostri soldati. I collaboratori: se ci prendono ci massacrano. "Ciao, sono Sakhi, ad oggi 29 luglio i taleban controllano diversi distretti attorno alla città di Herat, sono 17 ore di seguito che combattono contro le forze di sicurezza governative proseguendo un assedio che dura da giorni. Io sto lavorando in una fabbrica, non so se riuscirò a tornare a casa, forse sarò costretto a scappare". Sakhi è un interprete afghano che ha lavorato con i militari italiani per anni, la sua testimonianza è contenuta in un audio inviato a "La Stampa" dove in sottofondo si sentono ripetuti colpi di fucile.

La vita di Sakhi e della sua famiglia è a rischio, se i taleban prendessero il controllo dell'aeroporto di Herat prima della sua evacuazione, promessa dal governo italiano, lo attenderà il feroce giudizio della sharia in quanto "infedele e collaborazionista". Destino che tocca altri cittadini afghani che hanno lavorato a vario titolo con le Forze armate italiane mettendo a rischio la propria vita. In virtù di questo il governo di Roma si è impegnato a dare loro ospitalità una volta terminata la missione al fine di metterli al riparo da vendette sanguinarie. Ad oggi ne sono stati portati in salvo 228 (tra interpreti e famiglie), altre 397 persone (interpreti, collaboratori a vario titolo e familiari) saranno evacuati tra agosto e settembre.

Il punto è che l'avanzata dei taleban è assai veloce: ad oggi i fondamentalisti si trovano a 3 km dall'aeroporto di Herat e all'adiacente Camp Arena che è stata per due decenni la base del contingente italiano. Se lo scalo dovesse essere conquistato gli interpreti rimarrebbero bloccati visto che non sarebbe per loro possibile raggiungere Kabul da dove partono i voli per l'Italia. È quindi subentrata una necessità di urgenza che richiede risposte immediata. Ancor di più perché nei mesi scorsi si sono aggiunte altre 300 domande di protezione recapitate all'Ambasciata italiana a Kabul che portano le richieste complessive ben oltre le 600 persone che si era previsto di ospitare. Le stime attuali per eccesso fissano a un massimo di 1.500 gli asili a cui dare via libera, ma si tratta di numeri che il Paese in altri contesti ha dimostrato di saper gestire. E comunque un rivolo rispetto all'emorragia di afghani che hanno lavorato con le truppe Nato in 20 anni di missione nel Paese asiatico.

Solo gli Stati Uniti, ad esempio, hanno ricevuto 18 mila domande ma l'evacuazione tra nuove richieste e familiari potrebbe arrivare alle 70 mila unità. E per velocizzare la pratica dinanzi all'avanzata dei fondamentalisti, gli americani stanno preparando il trasferimento di 35 mila tra collaboratori e familiari verso due basi in Kuwait e Qatar per controllarli e poi portarli negli Usa. Il presidente Joe Biden ha inoltre annunciato lo stanziamento di 100 milioni di dollari per l'ondata di profughi e rifugiati dall'Afghanistan. Mohammad Ali Safdari, portavoce di un gruppo di interpreti della provincia occidentale che ha manifestato davanti Camp Arena (oggi occupato dall'Esercito afghano), ci spiega di aver espletato tutte le procedure da tempo senza ricevere risposta. "I taleban sono arrivati a Pole Malan e si sono asserragliati nelle case dei civili", racconta l'interprete ferito due volte nei sette anni in cui ha lavorato con gli italiani.

Fonti della Difesa, che lavora sul dossier con Esteri e Interni spiegano che "ci sono dei tempi tecnici richiesti tra controlli preventivi ed emissione dei visti". Non è escluso tuttavia che ci potrebbe essere un'accelerazione dinanzi al veloce deterioramento della situazione sul terreno. Ne è convinto Hamid, interprete di Farah: "Questo angolo di Afghanistan parla italiano".