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di Giampaolo Cadalanu


La Repubblica, 21 novembre 2020

 

In ogni conflitto ci sono abusi: dalle operazioni segrete delle truppe speciali all'attività di contractor con pochi scrupoli che non rispondono direttamente alle autorità politiche. In tutte le guerre ci sono "lavori sporchi", di cui qualcuno si fa carico: l'idea di uno scontro su regole cavalleresche, con correttezza estrema e rispetto, è la bugia più vecchia del mondo, che gli Stati maggiori ripetono e le opinioni pubbliche ascoltano guardandosi bene dall'approfondire. In Afghanistan poi le distanze culturali incolmabili fra le truppe occidentali e le frange più tradizionaliste della popolazione hanno complicato le comunicazioni e facilitato gli abusi.

È quasi un luogo comune: dopo l'invasione seguita all'11 settembre, chi aveva un nemico, un vicino di casa antipatico o un concorrente negli affari, doveva solo denunciarlo come simpatizzante dei talebani. E il malcapitato sarebbe finito a Guantánamo, a vestire per un lungo periodo la tuta arancione e nutrire odio per anni, senza potersi spiegare i motivi della detenzione e senza poter dire la sua versione.

Nel 2019 il Washington Post ha avuto accesso a una robusta documentazione che testimoniava le bugie del governo americano sui progressi nella guerra, i cosiddetti Afghanistan Papers. In mezzo c'erano le prove del sostegno statunitense ai signori della guerra, quale che fosse il loro record di abusi. "Questo fa fare agli Usa la parte di protagonisti cinici, pronti a chiudere gli occhi davanti a ogni abuso", denunciava un funzionario meno spregiudicato degli altri.

Com'è ovvio, i casi che emergono sono solo una piccola parte. Gli esperti e gli psicologi garantiscono che la tortura non serve a ottenere informazioni, perché davanti agli abusi chiunque è pronto a mentire, accusando anche le persone più vicine. Eppure il metodo resta diffuso, più o meno nascosto nelle aree opache fra le pieghe dei regolamenti. Human Rights Watch denunciava già nel 2013 che le truppe di Enduring Freedom erano coinvolte in almeno 18 omicidi di civili slegati dai combattimenti, in almeno 600 casi di abusi sui detenuti, per non parlare dell'utilizzo abituale di sistemi di tortura come il waterboarding per estorcere informazioni.

Al centro delle denunce c'era il carcere ospitato nella base aerea di Bagram, poco lontano da Kabul. A giudicare dalle foto delle gabbie circondate da filo spinato, o dai disegni delle posizioni insostenibili a cui i detenuti venivano costretti, non è fuori luogo un parallelo con il famigerato centro di detenzione iracheno di Abu Ghraib, rimasti famoso per gli orrori sui prigionieri immortalati dagli stessi secondini e diventati oggetto di scandalo in tutto il mondo.

Di fronte allo sdegno delle proprie opinioni pubbliche, gli eserciti dei Paesi democratici hanno escogitato vari sistemi. Una delle strade è l'utilizzo dei cosiddetti contractor, in genere ex militari disposti a menare le mani senza troppi scrupoli e ovviamente non obbligati a rendere conto alle autorità politiche, oltre che slegati dalle "regole di ingaggio". C'è poi una cappa di opacità che copre l'uso delle truppe speciali. Omicidi mirati di leader talebani, attacchi a cellule di insurgents, distruzione di assetti nemici in territori lontani: le operazioni sono segrete, e questo non vuol dire ovviamente che siano irregolari. Ma in questi ambiti si creano spazi di scarsa trasparenza, di cui i governi approfittano per evitare di rendere conto ai parlamenti e che possono offrire opportunità per abusi.