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di Giuliano Battiston

Il Manifesto, 24 marzo 2022

Dopo mesi di assenza, bambine e ragazze afghane tornano tra i banchi. Ma all’arrivo trovano le porte chiuse: ordine dell’Emirato islamico. L’istruzione delle donne fa paura. Kabul in difficoltà, governo smentito dalla leadership. E la società civile si allontana sempre di più.

Una bambina piange, le mani a coprirsi gli occhi. Un’altra è incredula: zaino sulle spalle, velo bianco sul capo, si guarda intorno cercando di capire cosa stia succedendo. Sono entrambe di fronte alla loro scuola, la Sayed ul-Shuhada, a Dasht-e-Barchi, quartiere della minoranza sciita degli hazara a Kabul.

Sono sopravvissute al triplice attentato non rivendicato che l’8 maggio 2021 ha causato 90 vittime tra le loro compagne. Ieri ci sono andate fiduciose, convinte di poter tornare sui banchi, dopo quasi 190 giorni di assenza forzata.

I Talebani lo avevano annunciato ufficialmente. A dirlo, pochi giorni fa, erano stati gli esponenti di quell’Emirato islamico che opera come se fosse legittimo ma che nessuno Stato straniero ha riconosciuto: il 23 marzo, dopo la pausa invernale, tutti e tutte a scuola, anche le studentesse delle scuole superiori femminili, costrette a casa dalla metà di settembre 2021. Ma la scuola, per loro e per centinaia di migliaia di altre, è ancora chiusa. Contrordine dei Talebani. All’ultimo momento, hanno deciso di rimandare. Ancora una volta “in attesa di un piano che permetta il rientro in accordo con i principi islamici”.

La decisione ha raggiunto le scuole superiori del Paese pian piano, attraverso i dipartimenti provinciali dell’educazione. A volte la notizia è arrivata quando le studentesse erano già in classe: sono state invitate a lasciare gli istituti. Ad altre è stato impedito di entrare. In molti casi, i cancelli sono rimasti chiusi. Costrette a casa per mesi, illuse che potessero ritrovare parte della normalità perduta, infine disilluse, punite.

Difficile immaginare i sentimenti delle giovani studentesse afghane, in queste ore. Le immagini che arrivano dal Paese mostrano le lacrime e, insieme, la determinazione. Una studentessa di Kabul, intervistata dalla rete locale Tolonews, chiede: “Perché ci prendono in giro? È forse un peccato studiare? È un nostro diritto”.

Gruppi di ragazze hanno organizzato proteste di fronte ai cancelli, presto interrotte dai militanti Talebani. Sui social sono stati diffusi video di protesta, lamentele, prese di posizione. Tra le foto più emblematiche quella di un padre e di una figlia. Sul petto di lui, giacca grigia e barba ben curata, la testa della figlia. Entrambi affranti.

Le reazioni sono state immediate: dichiarazioni di incredulità e condanna sono arrivate dai rappresentanti del governo statunitense, di molti Paesi europei, delle principali agenzie dell’Onu. Thomas West, il rappresentante speciale degli Usa che ha sostituito Zalmay Khalilzad, artefice dell’accordo di Doha del febbraio 2020 che ha facilitato il ritorno al potere dei Talebani, si è unito “allo choc e al disappunto di milioni di afghani”. Ha parlato di “un tradimento degli impegni pubblici verso la popolazione afghana e verso la comunità internazionale”. Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, parla di “un danno per tutto l’Afghanistan” e sollecita con urgenza “le autorità di fatto ad aprire le scuole per tutti gli studenti senza altri ritardi”.

Reazioni prevedibili, per i Talebani, che contano ancora una volta sull’opacità dei meccanismi decisionali, sulla libertà di non dover rendere conto. Suhail Shaheen, uomo-simbolo dei Talebani a Doha, designato come rappresentante permanente alle Nazioni unite (non riconosciuto), sostiene che non ci sia alcun bando verso le studentesse.

Si tratterebbe soltanto di un problema tecnico, relativo alle loro uniformi scolastiche. Ma è un modo per tagliar corto e nascondere ragioni più profonde. Conta senz’altro la misoginia del movimento, ben radicata, anche e soprattutto tra i “kandahari”, i membri della vecchia guardia, aperta al compromesso diplomatico con gli stranieri, meno a quello sociale in chiave domestica. Conta il timore della potenza emancipatrice dello studio, soprattutto se a studiare sono le ragazze e le donne.

Contano le divisioni interne, più facili da nascondere quando il movimento era di sola guerriglia armata: non è la prima volta che gli annunci del ministero dell’Istruzione vengono contraddetti dalle decisioni della leadership, al cui interno c’è chi pensa che permettere alle ragazze di uscire di casa per studiare sia un incentivo alla promiscuità. In difficoltà, il portavoce del ministero, Aziz-ur-Rahman Rayan, diviso tra annunci e smentite.

Concentrati sulla coesione interna, nel pieno di una transizione che potrebbe consolidare il loro potere istituzionale o far deflagrare il movimento sotto la spinta centrifuga delle varie componenti regionali, divisi tra pragmatisti e ortodossi, i Talebani rischiano di compromettere ulteriormente il rapporto con due interlocutori centrali: la società afghana e la comunità internazionale. Dal rapporto con la prima dipende il loro consenso interno, fin qui scarso e per ora riconducibile solo a un fattore: la fine del conflitto militare.

Ma la “sicurezza”, intesa come fine dei bombardamenti, della guerra guerreggiata, come riduzione delle vittime civili, non basta, senza libertà. La società afghana, le donne in prima linea, rivendicano spazi di partecipazione e diritti.

Che i talebani siano disposti a concederli, è tutto da vedere. Che la società sia disposta a rinunciarvi, sembra escluso, ci dicono le manifestazioni di questi primi mesi, pur represse. Quello del diritto allo studio delle ragazze, e più in generale della partecipazione delle donne alla vita pubblica del Paese, oltre i settori “garantiti” dalle autorità di fatto (sanità e insegnamento), sarà sempre più un banco di prova per i Talebani.

D’altronde, ricorda un recente articolo dell’Afghanistan Analysts Network, anche una parte dei Talebani “semplici”, i militanti di medio livello, manda a scuola le figlie, perché così ormai si fa nei quartieri in cui vivono, nelle comunità di riferimento, nelle aree urbane e rurali. Dal rapporto con la comunità internazionale dipende invece parte della stabilità economica futura e il contenimento dei danni della crisi umanitaria in corso.

Isabelle Moussard Carlsen, a capo di Ocha, l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari, lo ha detto chiaramente: “Ci sono poche speranze che in Afghanistan ci sia una pace duratura e stabilità fino a quando i diritti delle ragazze e delle donne non saranno rispettati”. Prima dell’agosto 2021, dai donatori stranieri dipendeva il 75% della spesa pubblica afghana, il 49% di quella per l’istruzione.

Lo stipendio degli e delle insegnanti dipende dunque dai donatori internazionali. Sconfitti militarmente, gli stranieri hanno deciso di usare l’ultima leva rimasta, quella finanziaria, congelando i fondi della Banca centrale afghana e interrompendo gli aiuti umanitari e allo sviluppo. L’Onu a gennaio ha lanciato un appello per 4,4 miliardi di euro per la crisi umanitaria, più 660 milioni circa per la crisi migratoria. Il prossimo 31 marzo è prevista una conferenza promossa dalle Nazioni unite e co-gestita dal Regno unito per drenare risorse. La decisione dei Talebani di ieri rischia di scoraggiare anche i donatori più generosi, già orientati verso altri fronti di emergenza, a partire da quella ucraina.