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di Monica Ricci Sargentini

Corriere della Sera, 13 maggio 2022

“Pane, lavoro, libertà”, “il burqa non è il nostro hijab”. Hanno del coraggio da vendere le donne afghane che, nei giorni scorsi, sono scese in piazza a Kabul armate di cartelli per protestare contro la disposizione che le obbligherebbe ad uscire di casa coperte dalla testa ai piedi. “Vogliamo vivere come esseri viventi, non come prigioniere in un angolo della casa, non vogliamo essere tenute chiuse mentre i nostri mariti vanno a mendicare il cibo” ha detto una di loro, Saira Sama Alimyar.

Martedì scorso la protesta è iniziata in piazza Ansari ed è arrivata davanti al ministero dell’Interno dove è stata dispersa con la forza dai talebani che hanno fatto a pezzi i cartelli e impedito ai giornalisti presenti di raccontarla. “Ci hanno sequestrato i cellulari e volevano portarci dentro il palazzo per farci confessare i nostri crimini” ha raccontato Zhulia Parsi.

Nella capitale, comunque, l’ultimo editto del leader supremo dell’Afghanistan e capo dei talebani, Hibatullah Akhundzada, per ora non è stato preso molto sul serio e sono poche le donne che girano per le strade indossando il copricapo che ti obbliga a vedere il mondo attraverso una grata e impedisce la visuale di lato. È una ribellione forte che coinvolge anche gli uomini perché è previsto che siano loro a pagare le conseguenze dell’”insubordinazione femminile”, persino con il carcere. A Kabul un venditore di burqa ha detto alla Reuters che nei giorni successivi al provvedimento i prezzi degli indumenti erano saliti del 30% per poi diminuire nuovamente visto che non c’era stato l’incremento della domanda che ci si aspettava. “La maggior parte delle donne preferisce comprare un hijab, piuttosto che burqa. Questa è l’ultima cosa che sceglierebbero le afghane” ha detto il negoziante.

Il decreto di Akhundzada ordina anche alle donne di “stare a casa” se non hanno un lavoro importante ma questa è solo l’ultima di una serie di restrizioni imposte dal regime dei nuovi talebani che hanno preso il potere lo scorso 15 agosto. Il governo, formato naturalmente da soli uomini, ha abolito il ministero degli Affari femminili e lo ha sostituito con quello del Vizio e della Virtù, ha impedito alle ragazze di andare a scuola e vietato alle cittadine quasi tutti i lavori, ha imposto che le donne viaggino per lunghi tragitti solo accompagnate. Per citare solo alcuni dei provvedimenti.

A non essere sorprese da questo salto indietro di 20 anni sono le attiviste per i diritti umani che avevano messo in guardia la comunità internazionale dalle false promesse e rassicurazioni dei talebani. “Noi siamo dottoresse, facciamo operazioni chirurgiche, dobbiamo lavarci le mani fino al gomito - hanno spiegato due mediche alla Reuters - coprirci la faccia e indossare abiti larghi interferirebbe con il nostro lavoro”. Di una cosa le afghane sono consapevoli: non sarà l’Occidente a salvarle dal baratro. La resistenza è nelle loro mani e in quella degli uomini che vorranno stare al loro fianco.