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di Lorenzo Cremonesi


Corriere della Sera, 13 settembre 2020

 

In questa chiave, sarebbe rilevante che gli Stati Uniti e in generale le forze del contingente internazionale, intervenuti dopo l'invasione del 2001 per stabilizzare l'Afghanistan, non lo abbandonassero troppo rapidamente al suo destino. Diciannove anni dopo gli attentati dell'11 settembre, l'Afghanistan è a una svolta. L'inizio ieri, nel Qatar, dei negoziati di pace diretti tra il governo afghano e i massimi rappresentanti del movimento radicale islamico che garantì asilo ad Al Qaeda avvia una fase delicata, la più incerta, dell'intero processo politico.

Il rischio del ritorno alla guerra guerreggiata resta minaccioso. Sebbene violenze e attentati non siano mai del tutto cessati, qualsiasi ostacolo maggiore riporterebbe allo scontro aperto. E le colonne locali di Isis, in forte crescita dal 2016, hanno tutto l'interesse a generare tensioni. Anche gli indubbi passi avanti compiuti dalla società civile locale, compresi i diritti per le donne e i minori specie nelle zone urbane, potrebbero rimanere fortemente pregiudicati. Gli stessi talebani sono stati spesso confusi in proposito negli ultimi anni. Alcuni leader più illuminati ai colloqui di Mosca l'anno scorso avevano per esempio promesso di non intendere più tornare alla chiusura delle scuole per le bambine. Ma altri dichiarano apertamente di voler reintrodurre, manu militari se necessario, la loro lettura radicale della legge islamica.

In questa chiave, sarebbe rilevante che gli Stati Uniti e in generale le forze del contingente internazionale, intervenuti dopo l'invasione del 2001 per stabilizzare il Paese, non lo abbandonassero troppo rapidamente al suo destino, come invece avvenne dopo la guerra che condusse al ritiro sovietico. Questi colloqui sono comunque parte del piano di ritiro americano elaborato dopo la firma degli accordi con i talebani lo scorso febbraio. I negoziati con le autorità di Kabul avrebbero dovuto iniziare subito. Ma incomprensioni sulla richiesta talebana di liberare parte dei loro prigionieri hanno ritardato il processo. Al cuore del problema sta il rifiuto talebano a considerare le autorità di Kabul partner legittimi e non "marionette" degli americani, come spesso ripetono.