di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 30 giugno 2021
Il generale americano Miller avvisa i talebani: fermatevi o vi bombardiamo. E le milizie tribali scendono in campo per difendere i loro territori, complicando la situazione del Paese. Ritorno al passato. Con le truppe occidentali che in queste ore stanno completando il ritiro, l'Afghanistan rischia di precipitare nella guerra civile. E' il monito del generale Austin Miller, l'ufficiale americano a cui è stato affidato il compito di chiudere la missione durata venti anni: "La guerra civile è certamente una prospettiva e dovrebbe essere una preoccupazione per il mondo". Di fronte all'offensiva dei talebani, che stanno conquistando decine di province, Miller ha minacciato raid aerei: "Io non voglio ordinare i bombardamenti. Ho detto ai talebani che devono fermarsi: l'unico modo di evitare il nostro intervento è far cessare la violenza". Ma la situazione sembra procedere inesorabilmente verso il caos.
I talebani sostengono di avere occupato cento distretti, in molti casi senza bisogno di sparare perché le truppe hanno deposto le armi, affidandosi alla mediazione degli anziani dei villaggi. L'alto ufficiale spiega la disfatta con un sovrapporsi di cause. Il logoramento delle forze di Kabul, che stanno subendo perdite altissime, il crollo psicologico e in alcuni casi la sconfitta sul campo ad opera dei talebani, che sentono vicina la vittoria finale. Guardando al futuro prossimo, Miller ritiene che l'esercito nazionale debba consolidare le sue posizioni, creando delle aree strategiche da proteggere. La milizia fondamentalista infatti grazie al controllo dei nuovi territori può rendere difficili i rifornimenti e le comunicazioni con i capoluoghi, in cui si stanno asserragliando i soldati fedeli al governo.
Il generale non difende l'impegno militare statunitense: "L'unica soluzione per il popolo afgano è qualcosa che ruoti intorno a una soluzione politica. Ma devo dire che non se non si riduce la violenza, questa soluzione diventa sempre più difficile". A rendere più complicato lo scenario, adesso stanno scendendo in campo anche le brigate personali dei vecchi signori della guerra. I comandanti mujaheddin che hanno lottato prima contro i sovietici, poi contro i talebani dando vita all'Alleanza del Nord, tornano ad armare i loro seguaci. Nascono così formazioni tribali che vogliono proteggere i propri territori dall'offensiva fondamentalista. Intorno a Mazar-e-Sharif centinaia di volontari delle "forze pubbliche" - come si definiscono - si sono schierati per pattugliare le strade principali e partecipano agli scontri per liberare i villaggi della provincia di Balkh.
Due giorni fa il generale Abdul Rashid Dostum, che vent'anni fa guidò assieme a un pugno di commandos statunitense il primo grande attacco contro i talebani, ha annunciato di volere tornare alla guida delle sue truppe. Dostum, in passato vicepresidente del governo afghano, adesso è ricoverato in un ospedale turco: "Non gli permetteremo di prendere la nostra terra".
Anche il controverso Gulbuddin Hekmatyar, ora leader del movimento Hizb-e-Islami, fa sentire il suo peso sul fragile governo di Kabul. In passato le sue bande hanno tenuto testa ai russi nell'area di Herat, poi si è avvicinato all'Iran e adesso torna con prepotenza sulla scena chiedendo spazio politico al presidente Ghani nella gestione della crisi. Ed è chiaro che questi personaggi si stanno trasformando nello strumento delle potenze interessate ad arbitrare il futuro del Paese. Turchi, russi, pachistani, cinesi, iraniani, indiani muovono velocemente le loro pedine vecchie e nuove per occupare il vuoto creato dalla partenza dei reparti della Nato. Ieri è stato completato il ritiro dei militari italiani e di quelli tedeschi, lasciando le aree di Herat e Mazar-e-Sharif senza presidio occidentale: nello scorso ventennio erano state le zone più sicure, con i talebani sempre sulla difensiva. Adesso il timore che l'esercito nazionale non sia capace di proteggerle spinge i capi tribali a mobilitare i propri uomini.
Miller sostiene di essere ancora in grado di offrire sostegno alle divisioni di Kabul, a quell'esercito regolare che è l'unica istituzione realmente nazionale esistente in Afghanistan. Ma solo l'aeroporto di Bagram, alle porte della capitale, rimane ancora nelle mani della Nato. Tra pochi giorni, gli americani potranno contare esclusivamente sulla portaerei Reagan che naviga a largo del Pakistan: in tutta la regione il governo statunitense non avrà più una base, nemmeno per operare con i droni.











