sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   
di Franco Venturini Corriere della Sera, 5 settembre 2019 L’annuncio ufficiale della fine di una guerra durata diciotto anni slitta di giorno in giorno. Trump esita, modifica, rinvia, e così l’annuncio ufficiale della fine di una guerra durata diciotto anni slitta di giorno in giorno. Mentre i Talebani afghani, convinti che uccidere sia la forma migliore di esercitare pressioni diplomatiche, moltiplicano gli attentati per dimostrare agli Usa che anche loro hanno fretta. La ricerca di uno storico accordo tra americani e talebani dura da molti mesi, ma soltanto nelle ultime settimane è entrata nel vivo. Il primo a muovere è stato proprio Trump, che ai suoi più stretti collaboratori a metà agosto ha indicato un traguardo preciso: voglio che i nostri 14.000 soldati siano fuori dall’Afghanistan in tempo per le elezioni presidenziali di novembre 2020. Seguono voci apertamente critiche dei militari e del Congresso, e Trump cambia: nei prossimi 135 giorni verranno via 5.400 uomini da cinque basi. Poi vedremo come completare il ritiro alla luce delle circostanze. A condizione, cioè, che i talebani abbiano rotto ogni rapporto con i terroristi qaedisti, e che abbiano avviato il dialogo inter-afghano con il governo di Kabul. I Talebani storcono il naso, dovete andare via tutti e presto. Il negoziatore americano Khalilzad fa orecchi da mercante e sottoscrive un testo di accordo mentre i Talebani attaccano Kunduz e fanno strage nel centro della capitale. Il testo viene mostrato ieri al presidente Ashraf Ghani, che naturalmente non è contento di essere stato tenuto fuori dalla porta e chiede “chiarimenti”. Arriveranno? E cosa deciderà di fare Trump, che rischia di avere tutti contro? L’ambasciatore Khalilzad, noto per la sua tenacia, fa sapere di accingersi ad informare gli alleati della Nato. Era ora. Anche i nostri 800 uomini vorrebbero sapere quando fare i bagagli, soprattutto adesso che a Roma c’è un governo.