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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 23 aprile 2026

Domani il decreto Sicurezza potrebbe diventare legge. Un provvedimento che da mesi solleva polemiche, e che adesso spinge una larga coalizione di associazioni a chiedere ai deputati di fermarne la conversione in legge. Nel mirino c’è soprattutto l’articolo 15, quello che introduce le operazioni sotto copertura negli istituti penitenziari. Il decreto è il decreto legge 24 febbraio 2026, n. 23: una misura che, secondo chi si oppone, rischia di trasformare le carceri italiane in qualcosa di ancora più difficile da vivere di quanto già non siano. Ne avevamo già scritto su questo giornale. Agenti della polizia penitenziaria autorizzati a fingersi detenuti, a muoversi tra le celle, a raccogliere informazioni su ciò che accade dentro le mura.

E, in certi casi, anche a istigare i reati stessi. Il tutto coperto da uno scudo penale che li mette al riparo da conseguenze giudiziarie: in pratica, un agente infiltrato può comprare o vendere droga, far circolare soldi sporchi, passare un cellulare, senza rischiare di finire a processo, perché l’atto è “finalizzato all’acquisizione di prove”.

Come avevamo spiegato, i problemi giuridici aperti da questa norma non sono pochi. C’è il rischio di violare il diritto di difesa tutelato dall’articolo 103 del codice di procedura penale, perché un detenuto che parla con quello che crede essere un compagno di cella non sa di star parlando con un agente dello Stato. C’è la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’agente provocatore: già nel 1998, con la sentenza Teixeira de Castro contro il Portogallo, la Corte aveva stabilito che quando un agente non si limita a osservare un reato già in corso ma contribuisce a provocarlo si viola l’articolo 6 della Convenzione, quello sul giusto processo. C’è infine la questione della supervisione: chi autorizza queste operazioni, per quanto tempo, con quali garanzie concrete? Uno scudo penale, da solo, non basta a rispondere a nessuna di queste domande. E il carcere, lo ricordiamo, non è una piazza di spaccio: è un luogo dove le persone si trovano già private della libertà, con diritti già compressi per definizione.

L’appello urgente di 190 organizzazioni - Ora a farsi sentire, in modo organizzato, è l’Alleanza per una pena Costituzionale. Il 6 febbraio scorso, a Roma, si era tenuta una grande assemblea sulle condizioni dell’esecuzione della pena in Italia: 190 organizzazioni da tutta Italia avevano preso parte all’iniziativa, insieme a rappresentanti di enti pubblici. Da quella giornata era nata l’Alleanza, che oggi lancia un appello urgente alle deputate e ai deputati della Repubblica: non approvate la conversione del decreto, e in particolare respingete l’articolo 15.

Secondo le organizzazioni firmatarie, il provvedimento rischia di avere “gravi conseguenze sulla vita democratica del Paese” e di aggravare ulteriormente la crisi del sistema penitenziario italiano. Sul punto specifico dell’articolo 15, la posizione è netta: le operazioni sotto copertura nelle carceri, così come disegnate dalla norma, “rischiano concretamente di minare ulteriormente i rapporti fra le persone all’interno degli Istituti, seminando sospetto, paura e tensione”. Il ragionamento è semplice: in un ambiente già devastato dal sovraffollamento e segnato da un numero drammatico di suicidi, introdurre la figura dell’agente infiltrato tra i detenuti significa far saltare l’unico meccanismo di convivenza che rende possibile la vita quotidiana dietro le sbarre. “Nessuno si fiderà più di nessuno”, scrivono nell’appello.

L’Alleanza evidenzia anche “rilevanti profili di incostituzionalità” e annuncia che, se le norme dovessero essere approvate, si promuoverà ogni iniziativa utile nelle sedi competenti perché vengano sottoposte a verifica. Non è solo un appello parlamentare: è anche l’annuncio di una battaglia che potrebbe proseguire su altri fronti, compreso quello della Corte costituzionale. Le norme, secondo l’Alleanza, risultano incompatibili con i principi dello Stato di diritto e con la tutela della dignità delle persone detenute.

“Il Giuda detenuto”: la denuncia di Carcere Possibile - A quel che è già un appello politico si aggiunge quello, più tecnico e pungente, dell’associazione Carcere Possibile onlus, che ha scelto di mettere in chiaro la propria posizione con un comunicato. Gli avvocati dell’associazione hanno un modo diretto di chiamare le cose con il loro nome: con questa norma nasce “la figura istituzionale del compagno di cella potenzialmente infame”, o, come la definiscono senza giri di parole, “il Giuda detenuto”. I vantaggi della norma, scrivono, non riescono a individuarli. Mentre la pericolosità è immediatamente evidente.

Quello che descrivono è un carcere già al limite. Celle sovraffollate, sporche, in cui vengono sistematicamente negati diritti e umanità. In questo contesto, aggiungere la consapevolezza che il compagno di branda potrebbe essere un agente dello Stato significa eliminare, come scrivono, “l’ultimo baluardo dell’umanità in carcere”. È una frase pesante, e lo è intenzionalmente. Perché la relazione tra detenuti, nella quotidianità carceraria, è pura sopravvivenza. E quella fiducia minima, quella di “sentirsi sulla stessa barca (malandata)”, come la chiamano, è stata finora considerata persino dal ministero un’ancora di salvezza per i detenuti. Carcere Possibile solleva anche una questione di tempistica: di fronte a un sovraffollamento che continua a non trovare risposta, e di fronte al numero crescente di accoglimenti dei reclami ai sensi dell’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario, che certifica le condizioni disumane della detenzione, la domanda che pongono è diretta: che urgente necessità c’era per decretare “questa ulteriore disumanità”?

L’Alleanza, nel suo appello, va oltre la questione specifica dell’articolo 15 e chiede un cambio di rotta più ampio. Nel provvedimento è finita anche una modifica all’articolo 73, comma 5 del Testo unico sugli stupefacenti, approvata durante la discussione in Senato, che va nella direzione sbagliata: inasprisce la risposta penale invece di allentarla. Le organizzazioni chiedono invece politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena. Chiedono clemenza. Chiedono di riaprire le carceri al territorio e alla società civile, rivedendo i provvedimenti amministrativi che lo hanno “ingiustamente chiuso”. In poche parole, chiedono l’esatto contrario di quello che sta per arrivare.

I nomi in fondo all’appello danno la misura di quanto sia ampia la coalizione che si è messa in moto: Acli, Antigone, Arci, Cgil nazionale, Cnca, Conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’Altro Diritto, La Società della Ragione, Movimento No Prison, Seac. Organizzazioni con storie, vocazioni e approcci molto diversi tra loro, che su questo punto hanno trovato un terreno comune.

Come avevamo già riportato su queste pagine, il garante della regione Lazio Stefano Anastasìa aveva definito l’introduzione di questa misura durante “la crisi attuale delle carceri” un atto da irresponsabili. Le voci che si aggiungono adesso sono molte di più, e arrivano dall’intera penisola. La Camera deve ancora pronunciarsi. Il voto definitivo è previsto venerdì. Quello che chiedono in tanti, da associazioni, garanti e penalisti, è che almeno l’articolo 15 venga stralciato dal testo. Non come atto di difesa dei detenuti contro lo Stato e i suoi agenti, ma come atto di difesa dello Stato di diritto contro sé stesso.