di Simona Bonfante
Il Riformista, 5 giugno 2026
Se l’istigazione poi conduce a un omicidio in galera, chi deve pagare? Altro che scovare telefonini e stupefacenti: così si moltiplicheranno i reati. Immagina una norma in virtù della quale il vicino di casa, il collega d’ufficio, il compagno di università di tua figlia, il portinaio, la baby sitter fossero potenziali agenti provocatori, infiltrati nella tua vita personale per indurti a compiere un crimine. Tu non sai chi di loro sia l’infiltrato, sai che uno di loro potrebbe esserlo. Pensa se questi agenti sotto copertura non agissero su mandato di una procura ma su iniziativa di un dipartimento della pubblica amministrazione, cioè su mandato di un burocrate del Ministero. Se questo succedesse, non esisterebbero più relazioni sociali libere dal sospetto. Saremmo tecnicamente in un regime totalitario di polizia.
Orbene, è esattamente questa la realtà distopica realizzata dall’ultimo decreto sicurezza del governo Meloni, che ha introdotto nel nostro ordinamento gli agenti provocatori in galera. “L’ultimo veleno istillato nelle nostre carceri”, lo ha definito Stefano Anastasia, Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio. L’ultimo di una serie di veleni che hanno intossicato la realtà già drammatica delle galere. Dopo il reato di rivolta penitenziaria, le restrizioni ai servizi trattamentali, le misure vessatorie introdotte dalle circolari del DAP per imporre regimi chiusi 22 ore al giorno e vietare i mini frigo in cella, con gli agenti provocatori si supera ogni limite.
Questa misura, che dovrebbe servire a scovare telefonini e stupefacenti - proibiti, dunque comunissimi in galera - avrà invece il solo effetto di moltiplicare i reati e distruggere quel pochissimo di fiducia che le persone ristrette possono ancora avere nei confronti degli altri esseri umani con cui condividono l’asfissiante spazio vitale penitenziario. L’educatore, il volontario, il compagno di cella, l’infermiere: da oggi, ciascuna di quelle persone può essere un agente sotto copertura. I rischi sono elevatissimi anche per la sicurezza dentro le galere. Chi controllerà questi agenti? A chi risponderanno? A chi risponderà il direttore se la provocazione conduce a un omicidio? E cosa faranno i detenuti se scoprissero il provocatore tra loro?
Per questo è partita la mobilitazione “Contro il carcere del sospetto”. L’iniziativa è promossa da associazioni e personalità attive nel mondo carcerario - Ornella Favero di Ristretti Orizzonti, Franco Corleone de La società della ragione, Susanna Ronconi di Forum Droghe, il Garante Anastasia. In un webinar che si è tenuto lo scorso 3 giugno su iniziativa di Fuori Luogo, sono state annunciate visite nelle carceri per il prossimo luglio che mirano a sensibilizzare magistratura di sorveglianza, operatori e anche agenti penitenziari perché la provocazione degli infiltrati può essere diretta anche a loro. L’obiettivo dichiarato da Corleone è chiedere ai direttori degli istituti penitenziari di rinunciare ad accogliere gli agenti provocatori nelle loro strutture. In pratica, si chiede ai direttori delle galere un atto di “resistenza civile” contro questa plateale violazione del principio rieducativo della pena prescritto dalla Costituzione.










