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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 21 aprile 2026

Nelle carceri italiane è tornato il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt). Dal 1 al 12 settembre 2025, una delegazione del Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha visitato cinque istituti penitenziari: Avellino, Sollicciano a Firenze, Foggia, Marassi a Genova e Santa Maria Capua Vetere. Il rapporto non è ancora stato pubblicato. Ma il contesto in cui questa visita si inserisce, ricostruito nel 35esimo Rapporto generale del Cpt appena uscito, è tutt’altro che rassicurante. Il documento copre le attività svolte nell’arco del 2025: 22 visite in 20 paesi, 208 giorni di lavoro sul campo, 182 strutture esaminate. Fra queste, 69 erano strutture delle forze dell’ordine. Il quadro che emerge contiene un segnale preciso: in molti Paesi dove negli anni precedenti si era registrata una riduzione dei maltrattamenti, questi stanno tornando a emergere.

Il presidente del Cpt, Alan Mitchell, lo scrive direttamente nella prefazione, senza giri di parole.

Quello che il Cpt ha documentato con preoccupazione crescente riguarda in particolare quello che accade prima ancora che una persona entri in un carcere: lo spazio che va dal momento dell’arresto all’interrogatorio informale. È qui che si concentra buona parte delle segnalazioni ricevute dalle delegazioni. Persone che raccontano di essere state colpite non appena prese in custodia, prima che scattassero le garanzie formali. Sessioni di domande non verbalizzate, nei corridoi o nelle stanze secondarie delle stazioni di polizia, in cui la pressione fisica viene usata per orientare ciò che poi finirà a verbale. Il Cpt è esplicito nel distinguere due fenomeni.

Da una parte l’uso della violenza per estorcere confessioni durante gli interrogatori formali: qui il miglioramento registrato negli ultimi anni è reale, e in molti Paesi europei questa pratica non è più un problema sistematico. Dall’altra c’è quello che accade al momento dell’arresto e nei contatti informali, dove le denunce persistono. Schiaffi, pugni, calci. Uso del manganello durante il trasporto in cella. Insulti e umiliazioni verbali. Non come eccezioni, ma come modalità che emergono con frequenza sufficiente da non poter essere liquidate come casi isolati.

C’è un passaggio nel documento che merita di essere citato in modo diretto. Il Cpt segnala che diversi stati membri, quando vengono confrontati con le proprie conclusioni su maltrattamenti delle forze dell’ordine, reagiscono in modo difensivo: ripetono le norme legali vigenti come dimostrazione del fatto che certi abusi non possono “tecnicamente” verificarsi. Per il Comitato questa risposta non contribuisce al dialogo costruttivo, perché elude il problema reale che emerge sul campo. È una critica che il Cpt rivolge in modo generico, senza fare nomi, ma che traccia un profilo di comportamento istituzionale riconoscibile.

In Portogallo la delegazione ha documentato denunce di forza eccessiva durante gli arresti, con uso di manganelli, e la pratica di ammanettare i detenuti a oggetti fissi nelle stanze di fermo, che il Comitato chiede di eliminare. Le indagini sui presunti abusi continuano a essere caratterizzate da ritardi e da scarsa comunicazione tra gli organismi investigativi. In Svizzera, nei cantoni francofoni, la violenza della polizia è stata descritta come una pratica persistente, con casi che includono morsi da parte di cani poliziotto durante gli arresti. In Spagna, nella Catalogna visitata a fine 2024, sono emerse denunce di schiaffi, pugni e manganellate durante l’arresto e il trasporto. In Ungheria, il rapporto sulle carceri parla di insulti verbali inclusi commenti razzisti e omofobi da parte del personale, con indagini su presunte violenze fisiche risalenti al 2020-2021 ancora ferme alla fase pre-dibattimentale.

La questione che più riguarda l’Italia è però legata, almeno per ora, all’assenza di dati aggiornati. La visita del settembre 2025 alle cinque carceri era focalizzata esclusivamente sugli istituti penitenziari: non ci sono stati accertamenti sulle strutture delle forze dell’ordine. Tra le strutture visitate c’è Santa Maria Capua Vetere, diventata il simbolo più noto di violenze sistematiche sui detenuti dopo le immagini del 6 aprile 2020, con centinaia di agenti indagati e alcune condanne arrivate in primo grado.

Che il Cpt sia tornato a Santa Maria Capua Vetere non è un dato secondario. Anche senza il report, il fatto che quell’istituto sia tra quelli selezionati dice qualcosa sul livello di attenzione che l’organismo europeo mantiene su quella struttura. La vicenda resta uno degli episodi di violenza istituzionale più documentati in Italia degli ultimi decenni. Quando il rapporto uscirà potrà fornire elementi nuovi in un quadro giudiziario che si è costruito in modo autonomo attraverso le indagini della magistratura campana.

Il rapporto generale del Cpt indica le misure concrete prioritarie per ridurre i maltrattamenti: formazione continua degli agenti sui metodi di interrogatorio in linea con i principi Mendez; identificazione visibile tramite numeri o codici sulla divisa; telecamere a circuito chiuso nelle strutture; body camera con protocolli chiari. E soprattutto, meccanismi di denuncia robusti e indipendenti, che non facciano capo alla stessa struttura oggetto di accusa.

Quest’ultimo punto tocca in modo diretto una questione aperta in Italia da anni. L’assenza di un organismo indipendente di controllo esterno sull’operato delle forze dell’ordine è stata segnalata negli anni dal Cpt in visite precedenti, dal Comitato Onu contro la tortura, da organizzazioni non governative. Proposte di legge in questo senso sono state presentate in diverse legislature, nessuna è arrivata all’approvazione. Il tema torna dopo i casi più gravi e poi sparisce dall’agenda politica, ogni volta come se fosse la prima volta che se ne parla.

La questione dell’identificazione visibile degli agenti è uno dei punti dove l’Italia ha posizioni ancora controverse. L’obbligo di indossare un numero identificativo durante le operazioni di ordine pubblico è stato oggetto di proposte ripetute, sempre bloccate. Per il Cpt si tratta di uno strumento preventivo elementare: un agente identificabile ha meno spazio per agire in modo arbitrario, e chi subisce un maltrattamento ha possibilità concrete di sporgere denuncia contro una persona specifica, non contro un’istituzione anonima.

Nel rapporto del Cpt c’è anche un passaggio sull’impunità. Il Comitato scrive che in alcuni Stati membri si sta diffondendo un senso di impunità per le azioni abusive, e che diversi meccanismi di supervisione hanno perso efficacia. Il testo non cita Paesi specifici in questo contesto, ma il riferimento a strutture di controllo che si indeboliscono costruisce un quadro che non riguarda solo l’Europa orientale. Riguarda Paesi con sistemi giuridici avanzati, democrazie consolidate, forze dell’ordine considerate professionali.

Il bilancio del Cpt per il 2025 dice che i progressi ottenuti non sono automaticamente stabili: possono regredire quando le istituzioni perdono la tensione a mantenere certi standard, quando la politica smette di considerare la dignità delle persone detenute una priorità reale, quando l’impunità per gli abusi non viene combattuta in modo sistematico. L’Italia ha sempre pubblicato tutti i rapporti del Cpt che la riguardano: sedici visite, sedici rapporti resi pubblici. È un segnale di apertura al dialogo. Ma la pubblicazione, da sola, non risolve niente.