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di Eriberto Rosso*

Il Riformista, 27 luglio 2024

La modifica dell’art. 79 della Costituzione, per come intervenuta con la legge costituzionale 6 marzo 1992, n. 1, si è costruita una rigida gabbia per la concessione di amnistia e indulto, prevedendo la maggioranza qualificata dei 2/3 dei parlamentari per deliberare i provvedimenti di clemenza. Al contempo, però, con quella legge il Parlamento ha rivendicato a sé il potere di una risposta politica a situazioni straordinarie che coinvolgono il sistema penale e la macchina repressiva dello Stato. Si è così posto fine ad antichi retaggi sul potere di clemenza riservato all’imperatore, al principe, al Papa o al Presidente, per spostare il centro della responsabilità politica dell’atto di estinzione dei reati o di abbuono della pena verso il Parlamento, quale organo di espressione della volontà popolare.

Non è un caso che nel 2006 - a fronte del protrarsi di una situazione straordinaria di sovraffollamento e invivibilità negli istituti di pena italiani e delle pronunce di condanna del nostro Paese da parte delle giurisdizioni sovranazionali - il Parlamento sia riuscito a convergere solo su un provvedimento di condono per alleggerire la pressione sul carcere e non si siano invece create le condizioni per la concessione di una amnistia. Logiche securitarie non hanno consentito infatti la individuazione largamente condivisa di un catalogo di reati per i quali procedere ad estinzione, magari nella prospettiva di una significativa prossima depenalizzazione, quest’ultima vera bestia nera per una politica debole, che ormai ha individuato nel panpenalismo l’unica risposta spendibile a fronte della complessità dei fenomeni della organizzazione sociale.

La necessità dell’amnistia e dell’indulto oggi non si basa sull’esigenza di pacificazione sociale rispetto a una stagione di inesistenti estremizzazioni, né vi sono all’orizzonte ragionevoli possibilità di importanti depenalizzazioni. Estinzione di reati e di pene brevi sono oggi una prima risposta alle condizioni degli istituti carcerari, quasi tutti oramai un inferno, nei quali le persone si ammalano, costrette come sono a vivere ricoperte di cimici, in condizioni di inumano sovraffollamento, senza la possibilità di circuiti diversificati, nell’inesistenza di supporti per il disagio mentale. La polizia penitenziaria ha piante organiche drasticamente ridotte e non riesce a garantire condizioni ragionevoli di ordine, con interventi che oscillano tra violenza inaudita e la non risposta alle mille domande che la condizione di privazione di libertà pone.

Lo Stato tollera una condizione di assoluta illegalità in termini di qualità delle strutture e di condizioni di vita al loro interno; alcuni istituti vanno chiusi e per molti altri la ristrutturazione può iniziare solo a colpi di maglio e di bulldozer. Più di 12.000 sono i detenuti in sovrannumero; vi è poi il fenomeno - davvero scandaloso, ma che in realtà funge da ammortizzatore - dei centomila liberi sospesi, persone che da anni attendono di sapere se a loro toccherà il carcere o una modalità alternativa di espiazione della pena. Sono oltre un milione i procedimenti penali pendenti, in gran parte incagliati nelle nuove definizioni previste dalla riforma Cartabia, che non riesce ad andare a regime per ingolfamento della macchina e per le carenze di organico.

Lo Stato tollera che il processo prosegua in tempi irragionevoli, negando giustizia a imputati e persone offese. La giurisdizione di cognizione e di esecuzione non può da sola risolvere il problema, sia per i tanti elementi individualizzanti sia, talvolta, anche per la incongruenza di certi orizzonti culturali. Dunque la responsabilità è solo della politica e, per essa, del Parlamento. Un provvedimento di amnistia e indulto servirebbe a tamponare l’emergenza, a risolvere il sovraffollamento, ad aprire la strada ad una seria discussione sulla depenalizzazione ed alla necessità di riportare il processo penale alla sua ispirazione originaria di accusatorietà, ripulendolo di tutte le incrostazioni che le logiche populiste e giustizialiste hanno apportato negli anni, devastando il sistema e rendendolo irriconoscibile.

Insomma, amnistia e indulto come precondizione per una nuova condivisione delle regole del sistema processuale e, subito, la liberazione di chi si trova in carcere per pene brevi, impossibilitato spesso per miseria e povertà a richiedere misure alternative, cominciando così a costruire condizioni diverse perché tanti non vedano più il suicidio quale unica risposta alla disperazione. Davvero, come dicono i penalisti italiani, non c’è più tempo.

*Avvocato penalista