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di Laura Aldorisio

Corriere della Sera, 30 maggio 2025

La sorella di Silvana, uccisa 11 anni fa dal convivente, ripercorre la vicenda e insiste sulla prevenzione. Subito dopo l’omicidio ha chiesto in affido i due nipoti distrutti dalla violenza di cui sono stati testimoni. Undici anni fa l’omicidio di Silvana Allasia per mano del convivente ha riempito le prime pagine dei giornali. Poi è caduto il silenzio. Ma, mentre le luci dell’attualità si spegnevano, i due figli di Silvana, di 7 e 10 anni, che avevano assistito all’uccisione della mamma, hanno cercato di vivere. “Sono vittime superstiti del femminicidio”, dice la zia Agnese che, insieme al marito e ai suoi figli, nel giro di pochi minuti ha deciso di chiedere l’affido dei nipoti.

“La forza e la conferma di questa scelta sono in ogni notte e in ogni giorno, dediti a salvare due bambini distrutti fisicamente e interiormente dalla violenza vista e subita”. Racconta che quel male è dentro odori, rumori, immagini che scatenano ricordi ancora oggi, “al punto che rimangono incastrati nel passato o, al contrario, cercano di rimuoverlo”.

Il trauma parla attraverso decine e decine di sintomi: paura del buio, di spostarsi da una stanza all’altro da soli, tremori, comportamenti distruttivi o aggressivi, idee suicide. E la lista è, ancora, molto lunga. Agnese per loro è stata ed è protezione e cura, il marito il gioco e l’ironia, tutta la famiglia l’affidabilità. “Farli sentire al sicuro è la cosa più importante”. In questi undici anni hanno cercato in ogni modo di avvalersi di esperti, percorrendo migliaia di chilometri, con un unico scopo: “Farli stare nel presente, perché nella loro mente non esiste il qui ed ora”.

Ma “non pensavamo di lottare a volte con gli stessi enti preposti ad aiutarci. Per esempio, abbiamo dovuto portare mio nipote nel reparto di Neuropsichiatria, dove era già stato portato dalla madre. Aveva, infatti, manifestato importanti disagi e qui aveva condiviso la paura che suo padre potesse uccidere la madre nella notte. Ma il bambino non collaborava. Poi, ci ha riferito che, al tempo, gli avevano risposto “non ci pensare”. Impossibile per lui farsi curare tra quelle mura. Abbiamo chiesto di spostarlo, ma ci hanno comunicato che l’assegnazione era per competenza territoriale. Siamo, allora, ricorsi a cure private, ma, intanto, non ci siamo arresi. Abbiamo chiesto un incontro con la Garante per l’Infanzia e l’adolescenza regionale, il tutore e il responsabile dell’Asl. In quest’incontro si è deciso che lo ospitasse un altro ospedale”.

I controlli - Un processo simile è avvenuto per il cambio della scuola. “Per più di un anno abbiamo chiesto che uno dei due bambini frequentasse un’altra primaria. Ma ci veniva contestata questa richiesta, perché il bambino si sarebbe dovuto separare dai compagni, mettendo in secondo piano l’importanza di toglierlo da luoghi attivatori di flash back. Quando abbiamo ottenuto di poterlo spostare in una nuova scuola, ci sono stati dei benefici di apprendimento e di relazione”.

Le sue parole sono un grido, la domanda di essere prima di tutto ascoltati, ma sopra ad ogni cosa, “la prevenzione dei femminicidi può avvenire anche dando ascolto ai figli, che spesso chiedono aiuto ancora prima delle loro mamme. Bisogna creare uno strumento sanitario, affiancato a quello giuridico, specifico per i bambini, che valuti i segnali della violenza e la gravità per allontanarli dal violento e per evitare i danni e la psichiatrizzazione”. E si domanda: “perché non si costruisce in anticipo un percorso che permetta di identificare il narcisista maligno nel soggetto che compie atti di violenza per impedire l’escalation della violenza e l’assassinio? Un preventivo “trattamento rieducativo obbligatorio”, perché il soggetto pericoloso venga inserito obbligatoriamente, in forma residenziale, in una struttura rieducativa ad hoc. Ma non esiste ancora nulla di simile e vorrei che partisse proprio dall’Italia questa iniziativa”. Aggiunge che mancano centri specializzati per curare il disturbo post traumatico da stress ai quali affidare le vittime di violenza e che è necessario istituire il Garante delle vittime di atti violenti. “Non si tratta solamente di costruire una cultura sul tema nel Paese, ma di credere a chi ne fa esperienza ogni giorno, a chi è testimone della piaga della violenza”.