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di Michela Di Biase

huffingtonpost.it, 8 febbraio 2025

Le mani dell’una in quella dell’altra a testimoniare il loro incontro che è stato possibile grazie alla giustizia riparativa. Di come questa sia riuscita ad occuparsi dell’irreparabile ne siamo stati testimoni ieri durante il convegno “parole della giustizia”. Nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati Agnese Moro e Adriana Faranda hanno dialogato insieme al Prof Adolfo Ceretti. Di questo racconto di umanità ci parla il “Libro dell’incontro-Vittime e responsabili della lotta armata a confronto”. Qui la verità dei vissuti e delle emozioni ha cercato, per dirla con Claudia Mazzucato, le parole per raccontarsi, consegnando a noi, “secondi” tra i “terzi”, anche noi parte della comunità che è stata toccata dalle vicende di quegli anni, questo lavoro di incontro, di ricomposizione e riconoscimento reciproco. Un percorso che ci viene consegnato, perché nuovi ed ulteriori orizzonti possano aprirsi.

L’associazione Fare, sta organizzando una serie di dialoghi sulle parole della giustizia e quando ci siamo trovate a riflettere su quale parola fosse la più corretta da utilizzare per questo dialogo, abbiamo ritenuto che “incontro” fosse quella che più di ogni altra dava conto del cammino che donne e uomini hanno percorso, verso il reciproco riconoscimento. E più di ogni altra parola si presta a descrive la Giustizia riparativa, che è, come sottolinea il prof. Ceretti, giustizia dell’incontro, segnando il passaggio da una giustizia verticale ad una giustizia orizzontale.

Il Diritto penale con le condanne, le carceri speciali le pene espiate sembra non aver soddisfatto la domanda di giustizia tanto dalla parte delle vittime che da quella dei responsabili, sembra infatti incapace di offrire ricomposizione. La giustizia penale che pure ha costituzionalmente come finalità il principio della funzione rieducativa della pena, appare tuttavia strutturata attorno alla punizione in chiave retributiva, non mostrandosi capace di attenzione alle vittime ed esponendole ad un circolo di dolore in cui il male, il dolore si cristallizza. Come ci ricorda Agnese Moro: “dopo la violenza, quando è arrivata la giustizia, non è cambiato niente. Non si è spezzata la catena del male. La giustizia aveva fatto il suo corso ma le mie ferite erano rimaste uguali. Si dice: il tempo guarisce tutto. Non è vero. Il tempo incancrenisce, solidifica le cose, non permette loro di evolversi. Io soffrivo, conclude Agnese, la dittatura del passato, quel passato che si ripeteva ogni giorno.”

Così come non sembra fornire closure ai colpevoli disattendendo così le promesse del modello retributivo-punitivo, secondo cui con la pena si paga il reato, si estingue il debito con la società. Da qui la necessità di guardare al reato come ad un evento relazionale, che coinvolge offensore, vittima e collettività, in questa nuova visione l’illecito non è più unicamente un illecito da punire, ma va considerato come un accadimento complesso che ha luogo tra persone ed il gesto riparativo è possibile solo nell’economia di una relazione che è disponibile ad accoglierlo. Da qui il bisogno di un’altra giustizia.

Siamo davanti ad un nuovo paradigma: è possibile costruire una giustizia che sia emendata dalla crudeltà? È concepibile un sistema penale che non ricorra unicamente alla forza coercitiva? Su queste domande che investigano tanto il diritto quanto le nostre coscienze vorrei provassimo a riflettere tutte e tutti noi. Padre Guido Bertagna ci ha indicato la strada: “su tutto, abbiamo imparato una cosa: sempre, prima di entrare, non dimenticare mai di toglierti i sandali e lasciarli fuori. Sei in quella terra santa che è la vita dell’altro”.