di Sergio D’Elia
huffingtonpost.it, 19 agosto 2026
Quando si dice irredimibile, di solito, si parla di persone che non cambieranno mai. Ebbene: qui di irredimibile c’è soprattutto l’istituto penitenziario, non è riformabile. Può soltanto essere chiuso. Sono andato in visita al Carcere di Agrigento insieme a Nessuno tocchi Caino e agli amici della Camera penale. Quello che abbiamo visto lo abbiamo poi raccontato a Canicattì, a Palazzo Lombardo, in una conferenza in cui è intervenuto anche don Lillo. È stato un piacere ascoltarlo, non soltanto per le parole che ha detto, anche per la pacatezza con cui le ha dette e per la profondità del suo pensiero cristiano.
Sarebbe stata contenta mia madre nell’ascoltarlo, davvero con commozione, come lo ho ascoltato io. Mia madre non c’è più. Se n’è andata nell’anno in cui se n’è andato Marco Pannella. Lei non era maldicente, non parlava mai male delle persone e non parlava neanche delle persone cattive. Parlava sempre bene e delle brave persone, di quelle buone, di quelle che tutti apprezzano per la loro generosità, e diceva: “Quello è un bravo cristiano”. Ecco: un cristiano come sinonimo di bravo, di buono, di generoso. Come l’ospite di Palazzo Lombardo, Giovanni Salvaggio, che ogni anno ci accoglie con la bontà di un bravo cristiano, nel senso proprio, vero, autentico del termine.
Cristiano viene da Cristo, e Cristo è il Signore del “non giudicare” della parabola dell’adultera. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Tutto quello che vediamo quando entriamo nei luoghi di privazione della libertà nasce da lì: da quella pretesa, da quell’arroganza di giudicare gli altri. Quella parabola è straordinaria. Arrivarono tutti al centro dell’arena del giudizio, la piazza della giustizia, della moralità, della punizione. Erano tutti pronti, con il mucchio di pietre già pronte lì, e lei, l’adultera, pronta per essere lapidata. E il Signore disse: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Nessuno lanciò la pietra. Tutti si ritirarono, come si dice, in buon ordine. Erano peccatori, non erano peccatori? Forse avevano semplicemente capito che, anche senza colpa, non si poteva esercitare il ruolo, il potere, la violenza del giudizio.
C’è poi il Signore dell’Antico Testamento, nel passo della Genesi. che “pose su Caino un segno perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato”. Mariateresa Di Lascia, insieme a Marco Pannella, fu tra i fondatori di Nessuno tocchi Caino e diede proprio questo nome, radicalmente nonviolento, alla nostra associazione. Qualcuno obiettò: “No, non c’è scritto questo nel testo. È scritto Nessuno uccida Caino”. Ma lei disse: “No, dev’essere Nessuno tocchi Caino”. Perché c’è un valore superiore alla mera materialità della vita biologica, ed è il valore universale della coscienza e della dignità dell’individuo. Una sfera di inviolabilità della persona che va oltre la semplice persona fisica: c’è qualcosa di intangibile. Mariateresa aveva chiesto a Erri De Luca di verificare questo passo della Genesi dall’aramaico antico. “Che cosa dice testualmente?”. Ebbene, la dizione letterale vicina a quella che lei, visionaria, aveva intuito - il “nessuno tocchi” non “nessuno uccida” Caino - venne avallata come autentica.
Mariateresa Di Lascia, senza nemmeno saperlo, aveva fatto la riforma dell’Antico Testamento. Sembra una bestemmia dirlo, ma è così. Era una visionaria, e i visionari non solo anticipano il futuro, riformano anche il passato, compiono salti quantici in un verso e nell’altro. La freccia del tempo corre avanti e indietro nel campo delle infinite possibilità. Mariateresa ci ha lasciati quasi subito dopo aver fondato Nessuno tocchi Caino nel 1993, se n’è andata nel 1994 e nel 1995 fa accadere due cose straordinarie. La prima è il suo romanzo “Passaggio in ombra”. Pannella di lei, visionaria com’era, diceva: “Sei una strega”. E lei avrebbe scritto un romanzo che nel 1995 avrebbe vinto il Premio Strega: il premio alla strega, cioè a Mariateresa Di Lascia. Nello stesso anno esce l’Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II. È il secondo evento: lì, nella parte dell’enciclica sulla giustizia, il passo della Genesi viene tradotto in una forma diversa, quella di Erri De Luca e che conferma la visione di Mariateresa Di Lascia: non “nessuno uccida Caino”, ma “nessuno tocchi Caino”.
C’è più civiltà nell’Antico Testamento che non nei moderni testamenti, le leggi fondamentali e i codici che regolano la vita civile di un Paese, l’amministrazione della giustizia del nostro tempo. E poi c’è, il Nuovo Testamento, e il suo millenario “non giudicare”. Non dobbiamo inventare nulla: andiamo alle origini, andiamo nella notte dei tempi per scoprire se e come possiamo ancora, davvero, dirci cristiani. Leggiamo quei testi e poi valutiamo, oggi, la nostra coerenza, la nostra civiltà, di fronte alla realtà delle carceri. Non è un problema di direttori, non è un problema di comandanti. Il problema è il carcere. Non mi dispiacciono i “carcerieri”.
A me dispiace che esistano ancora carceri come quello di Agrigento. Quando si dice “irredimibile”, di solito, si parla di persone, quelle per cui si vuole buttare via la chiave: sei un carcerato irredimibile, tu non cambierai mai, per te non ci sarà redenzione, sei refrattario a qualsiasi emenda. Ebbene: ad Agrigento di irredimibile c’è soprattutto il carcere, è l’istituto penitenziario a non essere emendabile, a non essere riformabile. È irredimibile, andrebbe chiuso e buttata via la chiave. Altiero Spinelli diceva: “Più penso al problema del carcere e più mi convinco che non c’è che una riforma carceraria da effettuare: l’abolizione del carcere penale”. Filippo Turati, già nel 1904, parlava del carcere come un “cimitero dei vivi”.
Io non voglio che ci siano vivi nei cimiteri. Non voglio che il carcere sia quello che ho visto. Per esempio, quella sezione che viene chiamata “prima accoglienza”: il benvenuto del carcere. Entri per la prima volta in carcere e ti danno il benvenuto in quella sezione. Erano nove le persone in una cella che ho misurato, “giusta” a mala pena per quattro. Sono sempre così, ovunque, le sezioni più basse del carcere; comunque si chiamino - prima accoglienza, transito, isolamento - lì trovi il malato, il tossico, lo straniero, il fuori di testa. Il carcere è comunità di accoglienza, campo profughi, lazzaretto. Soprattutto, è diventato un manicomio.
Abbiamo abolito i manicomi, abbiamo abolito anche gli ospedali psichiatrici giudiziari. Franco Basaglia li ha chiusi, i manicomi, a furia di aprirli. Ecco: l’unica riforma possibile del carcere è la sua apertura. Lo apri, e quando una cosa è aperta non è più chiusa. Hai chiuso il carcere. Che cosa fece Basaglia coi matti? Fu considerato matto perché fece una cosa da matti. C’era Marco Cavallo. Nome Marco, cognome Cavallo. Ma era un cavallo vero, un equino, che portava via la biancheria sporca del manicomio di Trieste con la carretta. Quando andò in pensione, tutti i malati di mente - sani, più dei sani - dissero: “Ma come, ci abbandona il nostro amico cavallo? Ora lo porteranno al macello”. E invece un bravo cristiano se lo portò in campagna. Però ai matti mancava Marco Cavallo. E allora Basaglia fece costruire un enorme cavallo di cartapesta celeste, talmente grande e talmente bello che si disse: “No, questo non può rimanere dentro il manicomio, lo dobbiamo far vedere a tutta la città”.
Ma l’opera equestre non usciva dal portone. E allora Basaglia fece quello che io vorrei fare col carcere: abbattere il portone, il muro di cinta, aprire il carcere, far uscire Marco Cavallo. È la storia del Cavallo di Troia, ma al contrario: non il cavallo che entra, ma il cavallo che esce e porta fuori gli assediati: i matti. Marco Cavallo girò per la città, e dietro di lui tutti i matti per la prima volta uscirono dal manicomio, insieme agli psichiatri e agli infermieri. Fu la chiusura simbolica da cui poi partì la riforma, la fine dei manicomi.
Io vedo il futuro del carcere come Basaglia ha visto il futuro dei manicomi: la loro abolizione. Che cosa vuoi emendare? È irredimibile il carcere, altro che i carcerati, i matti, gli internati di oggi. E quando accade che il carcere sia dannoso non solo per i carcerati, ma anche per i carcerieri, vuol dire che è giunta la fine di quell’istituto. Il carcere è dannoso. Quel lezzo, quella puzza di morte, quel “cimitero” di cui parlava Filippo Turati, avvolge tutti, impregna i vestiti, non solo dei carcerati, ma anche degli agenti e perfino i nostri, di tutti quelli che sono andati a visitarlo. I vestiti non sono più gli stessi, una volta che sei passato di lì. Ogni volta, quando esco, la sento ancora addosso la puzza del carcere.
Quando un luogo è letale non solo per la vittima designata, il carcerato colpevole che deve penare, ma anche per il carceriere che non ha nessuna colpa e ci deve lavorare, allora vuol dire che è giunta l’ora di chiudere quella fabbrica di dolore corporale e di inquinamento morale. Sono visionario? Si, penso di esserlo. Ma, a ben vedere, i visionari sono gli unici realisti, perché sono creatori di una nuova realtà, quando quella che abbiamo sotto gli occhi è diventata intollerabile. I visionari, non contemplano una realtà immutevole, non sono immersi nello status quo, nella merda del reale, come quella che abbiamo visto ad Agrigento.
Immergiti in quella cosa lì, e poi dimmi se sei ancora realista. Io non la sopporto: puzza, fa schifo, fa letteralmente schifo. La “sezione prima accoglienza” di Agrigento va chiusa. E se chiudi la prima, hai chiuso la seconda, la terza, la quarta accoglienza, tutte le tombe, anche le più accoglienti, del “cimitero dei vivi”. Nel frattempo, se si vuole ridurre il danno mortifero non solo per il detenuto, ma anche per chi in quel luogo lavora, quella sezione va profondamente bonificata. Oppure - e io credo che sarebbe la scelta più economica ed ecologica - la si deve semplicemente chiudere.










