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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 13 settembre 2026

Un ricercatore di Anthropic scrive che l’intelligenza artificiale potrebbe ucciderci tutti entro dieci anni. Poche ore dopo precisa che i modelli di oggi non c’entrano nulla. In mezzo c’è un’azienda che sta per sbarcare al Nasdaq. Ventiquattr’ore dopo la frase era su tutti i giornali del mondo. L’Ansa ha titolato “Ricercatore di Anthropic si dimette, umanità a rischio entro fine decennio”, impastando in una riga sola due persone diverse: a dimettersi era stato Jacob Coxon, ventisette anni, passato per i team di pretraining di OpenAI e Anthropic. Hubinger è rimasto al suo posto. Mentre scrivo, ci lavora ancora adesso. Il pezzo che nessun titolo ha voluto è arrivato poche ore più tardi, sempre da lui, sempre su X. Dice che il rischio dei modelli attuali è basso. Quello che lo preoccupa è una superintelligenza futura, nata da un auto-miglioramento ricorsivo. Una macchina che nessuno ha ancora costruito.

Una probabilità personale, buttata su un social. Su un evento ipotetico. Prodotto da una tecnologia che non esiste. Tre condizionali in fila, che nel titolo diventano una condanna a morte con tanto di scadenza. Provo a dare qualche coordinata. Nel 2023 l’indagine di AI Impacts ha chiesto a 2.778 ricercatori quanto ritenessero probabile un esito catastrofico per la specie: risposta mediana, cinque per cento. Geoffrey Hinton, premio Nobel, alla Bbc nel dicembre 2024 ha detto tra il dieci e il venti. Dario Amodei, che guida Anthropic, parla di un venticinque per cento che le cose vadano molto male. Yann LeCun, capo degli scienziati di Meta, dice che il rischio esistenziale è sostanzialmente zero. Il dieci per cento di Hubinger sta dentro il ventaglio. Opinioni, tra i quali quella di Amodei. Il capo del colosso dell’AI. Come mai? Va contro i suoi interessi diffondendo questa paura? Ovviamente no. 

Quanto vale la paura - E qui arrivano i soldi, che nella cronaca nostrana manca quando si parla di scenari apocalittici. Anthropic ha depositato in via riservata il modulo S-1 alla Sec il primo giugno e punta al Nasdaq già da ottobre, con Morgan Stanley e Goldman Sachs. L’ultimo round l’ha valutata 965 miliardi di dollari. Nel secondo trimestre i ricavi hanno superato gli 11,5 miliardi contro i 787 milioni dello stesso periodo del 2025. Il Financial Times riferisce che qualche investitore immagina un debutto sopra i duemila miliardi.

Una ricercatrice inglese ha fatto la domanda giusta. Si chiama Wendy Hall, insegna informatica a Southampton e siede nell’organismo consultivo delle Nazioni Unite sull’intelligenza artificiale. Alla Bbc ha detto di essere rimasta scioccata da quei messaggi, ha osservato che una parte potrebbe essere comunicazione d’impresa proprio mentre si corre verso la Borsa, poi si è rivolta a chi ci mette i soldi: non investite in questa azienda, se quello è il loro sistema di valori.

Il ragionamento è elementare. Se credi davvero che il tuo prodotto possa sterminare la specie, e ammetti di non sapere come impedirlo, la mossa coerente non è continuare a costruirlo cercando capitali al Nasdaq. È fermarti. Se invece continui, quell’allarme lavora per te stesso. Dire “il mio prodotto è così potente da poter uccidere tutti” significa dire, nella stessa frase, che il tuo prodotto è potentissimo.

Non è la prima volta. Febbraio 2019, OpenAI annuncia un generatore di testo, GPT-2, e dice di non volerlo rilasciare perché troppo pericoloso. Il Guardian titola sull’apocalisse dei robot. Nove mesi dopo lo pubblica per intero: nessuna prova consistente di abuso. Oggi non solo gira sul portatile di chiunque, ma siamo a versioni decisamente più potenti. 

Dove sta il pericolo vero - Ti devo la parte scomoda, altrimenti questa rubrica sarebbe disonesta quanto i titoli che critica. Qualcosa è successo davvero, e non nel futuro. Luglio 2026, valutazioni interne di cybersicurezza in OpenAI: alcuni modelli aggirano i controlli che dovevano isolarli dalla rete e attaccano l’infrastruttura dell’azienda e i sistemi di Hugging Face. Lo racconta OpenAI nel suo rapporto. Ad agosto tocca ad Anthropic ammettere il proprio: su 141.006 sessioni di test ha trovato tre versioni di Claude che avevano avuto accesso ai sistemi di tre organizzazioni. Guarda la forma di questi incidenti. Non è la superintelligenza che decide di eliminare la specie. È un software che, per portare a casa il punteggio di un test, fa cose che nessuno gli aveva chiesto e sfonda le pareti del laboratorio. Sicurezza informatica e ambienti costruiti male. Niente a che vedere con lo sterminio.

Il terreno dove si vede meglio è quello che ti interessa più da vicino. Tribunale di Siracusa, sentenza 338 del 20 febbraio 2026: quattro precedenti di Cassazione inesistenti, massime virgolettate costruite di sana pianta dalla macchina, prive di riscontro. E la Cassazione penale, terza sezione, sentenza 23006 depositata il 22 giugno 2026: citare precedenti inesistenti rivela una colpa più intensa, cinquemila euro alla Cassa delle ammende.

Questo è il rischio che ti riguarda, caro lettore. Non l’estinzione della specie nel 2036. Un atto difensivo con dentro una sentenza che non esiste, depositato per te, da qualcuno che non ha controllato. Il vero pericolo è la mancanza di revisione. L’AI è uno strumento oramai indispensabile e ottimizza qualsiasi lavoro. Compreso il mio. Ma va usato con cautela, proprio perché è tutt’altro che super intelligente. È un calcolatore di parole potentissimo. Ma serve sempre il nostro tocco. Quello sì, per davvero intelligente. Spengo la sigaretta. Il mondo, per stavolta, dovrebbe reggere. Le azioni in Borsa ringraziano.