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di Bernard-Henri Lévy e Thomas S. Kaplan

La Stampa, 17 maggio 2022

“Uno statista non è in grado di creare nulla” osservò il “Cancelliere di ferro” Otto von Bismarck. “Deve solo attendere e ascoltare finché non sente i passi di Dio che risuonano in mezzo agli eventi; a quel punto deve balzare in piedi e attaccarsi all’orlo della Sua veste”.

Un secolo e mezzo più tardi, il Cancelliere tedesco Olaf Scholz a quanto pare ha sentito quei passi. Cancellando un importante accordo per importare gas dalla Russia e cambiando una politica invalsa da tempo consistente nel non inviare mai armi letali in zone di guerra, Scholz ha afferrato l’orlo di quella veste e ha trasformato il ruolo della Germania nel mondo.

Di importanza addirittura maggiore per l’ordine globale, la guerra di Vladimir Putin in Ucraina potrebbe essere provvidenziale anche per il presidente Biden. Che piaccia o no, da molti anni il ritiro degli Stati Uniti dalla scena internazionale è stato una faccenda di primo piano nelle cancellerie e nei ministeri di Europa, Asia e Medio Oriente. Ancora prima di quando Barack Obama non fece seguire alle parole i fatti per ciò che concerne la “linea rossa” superata in Siria, ancora prima del tradimento dei curdi iracheni e siriani da parte di Donald Trump, in giro si va dicendo forte e chiaro che l’America è sleale nei confronti dei suoi amici e corre seriamente il rischio di essere sfidata da un nuovo asse, formato da Cina, Russia e perfino avversari di second’ordine come l’Iran.

Questa potrebbe sembrare una calunnia nei confronti dell’America, che per decenni è stata una potenza egemonica perlopiù generosa. Come ben sanno gli ucraini e i curdi, però, la vita è ingiusta. A nessuno piace un perdente, tanto più se è arrogante. Si può essere arroganti e al tempo stesso magnifici nel proiettare potere e valori. Si può essere inconcludenti, ma rispettati, se si è abbastanza umili riguardo ai propri passi falsi. Essere a uno stesso tempo inetti e arroganti suscita il disprezzo generale.

Gli Stati Uniti hanno toccato il fondo con il tragico fallimento del loro abborracciato ritiro dall’Afghanistan. Gli alleati naturali dell’America hanno chiesto a buon motivo se dovessero coprirsi le spalle con Cina e Iran. Poi le cose sono cambiate. La débâcle di Kabul - che quasi certamente ha imbaldanzito il Cremlino - è stata superata in modo impressionante dai molteplici errori commessi dalla Russia e dai crimini di guerra perpetrati in Ucraina.

Gli Stati Uniti si sono pertanto visti offrire un’opportunità storica per ribaltare anni di ripiegamento e riaffermare la leadership che sembravano aver perso per sempre. In modo coerente con l’osservazione di Bismarck, non è stata l’America a crearsi questa opportunità che deve all’inimmaginabile coraggio e all’inaspettata leadership del popolo ucraino e ai suoi comandanti e alla loro capacità di convogliare la resilienza e il valore in un successo spettacolare sul campo di battaglia che ha messo in imbarazzo il mondo intero raddoppiando il loro eroismo.

Come può, però, l’Amministrazione Biden trasformare questa opportunità in un dono che possa continuare a offrire? Prima di tutto continuando a rifornire e sostenere l’Ucraina contro la Russia. L’importante, in ogni caso, è plasmare questo nuovo atteggiamento in una dottrina vera e propria e ricreare, per la prima volta da anni a questa parte, una politica estera bipartisan, che si impegni a permettere a coloro che lo desiderano di sostenere il fardello delle battaglie per gli interessi e i valori che hanno in comune con tutti gli americani.

Che si inizi dai curdi. Come gli ucraini, gli alleati curdi dell’America hanno combattuto e vinto battaglie contro un nemico feroce che è anche ostile agli Stati Uniti: lo Stato Islamico. Sono stati loro a pagare con il loro sangue le loro vittorie, così che non dovesse farlo l’America. Come gli ucraini - terra di oltre 40 milioni di abitanti che la Russia vorrebbe farci credere che non è una vera nazione -, i curdi si vedono negare la loro identità di popolo. Sono circa 30 milioni, il gruppo etnico più vasto e privo di uno Stato nel mondo. Come gli ucraini, soffrono per il fatto di dover sfidare la geografia, a cavallo tra i confini di Iran, Iraq, Siria e Turchia.

Eppure, sempre come le loro controparti ucraine, i combattenti peshmerga curdi in Iraq e i curdi siriani di Rojava sono un caso pratico di studio sull’effettiva esecuzione dell’esortazione lanciata da tempo dall’America secondo cui i suoi amici dovrebbero combattere di più e gli Usa dovrebbero addestrarli e assisterli. I curdi hanno accettato quel patto. Durante il conflitto con lo Stato Islamico, iniziato nel 2014, sono rimasti uccisi meno di una ventina di soldati americani. Con coraggio e stoicismo, i curdi hanno dovuto accollarsi l’onere di una campagna di successo nel corso della quale hanno perduto circa 11 mila uomini e donne e patito il ferimento di altri 23 mila.

Quale è stata la ricompensa per questo eccezionale caso di studio di “condivisione dell’onere”? Il tradimento. Prima in Iraq, dopo il referendum del 2017 nel quale i curdi votarono a favore dell’indipendenza, poi in Siria quando ai soldati americani fu ordinato nel 2019 di farsi da parte così che le forze turche e i loro mandatari islamisti potessero invadere e trucidare i nostri compagni d’armi.

Sia Biden sia Kamala Harris hanno criticato questa farsa contro i curdi. In pratica, tutti i loro colleghi democratici hanno concordato con le loro dichiarazioni. Anche la maggior parte dei repubblicani si è mostrata con veemenza filo-curda nelle manifestazioni di gratitudine e ammirazione per un popolo che ha combattuto e vinto battaglie feroci così che il terrorismo non faccia più visita alle nostre città e alle loro.

Gli americani di ogni colore politico si stanno mobilitando per l’Ucraina e Biden ha ragione a chiedere al Congresso di approvare aiuti per 40 miliardi di dollari. Gli americani di tutti i tipi sarebbero pronti a sostenere i curdi, se solo ne avessero l’occasione. Dipende dal presidente offrirgliene una. Una vittoria bipartisan nell’America di oggi sarebbe considerata un caso. Due vittorie, invece, sarebbero motivo di celebrazione - nonché un’opportunità per Biden di tener fede alla sua promessa per cui “l’America è tornata”.