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di Nello Scavo

 

Avvenire, 16 luglio 2020

 

"Lo sviamento degli aiuti umanitari in Libia è una realtà". Alla vigilia del voto con cui il Parlamento intende riconfermare le operazioni italiane aumentando i fondi a 58 milioni (per un totale di oltre 210 milioni negli ultimi tre anni) le parole di una portavoce dell'Oim pesano come un macigno.

Almeno quanto quelle di Federico Soda, capo della missione Oim in Libia, che ieri è tornato a denunciare le "innumerevoli vite perse, altre detenute o trattenute da trafficanti in orrori inimmaginabili". Le considerazioni dell'agenzia Onu per i migranti, sono riportate nel rapporto sull'uso dei fondi italiani in Libia.

Corruzione, violazione dei diritti umani, stanziamenti dirottati. Dopo lo scandalo delle assegnazioni alle municipalità libiche rivelato da Avvenire, con milioni di aiuti mai completamente impiegati per gli scopi a cui erano destinati, ora gli avvocati di Asgi, l'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, gettano altre ombre.

E si scopre così che non è stato previsto alcuno strumento per tracciare la filiera che porta i soldi dalle tasche dei contribuenti italiani a quelle dei capi milizia. I legali hanno studiato i bandi assegnati ad alcune Ong italiane e la loro applicazione sul campo. E da subito si capisce che fin dall'istituzione nel 2017 e poi riconfermati negli anni successivi, il governo Gentiloni e i due governi Conte sapevano che in Libia era necessario chiudere un occhio.

"I progetti non prevedono, ed anzi vietano espressamente, la presenza di personale italiano in Libia al fine di attuare gli interventi" spiega l'associazione. Tutti e tre i bandi stabiliscono che "vista l'attuale situazione e le difficili condizioni di sicurezza, non è previsto il coinvolgimento e la presenza di personale italiano nelle aree di intervento. Le proposte dovranno prevedere la realizzazione delle attività in loco esclusivamente attraverso il personale locale".

Quel che accade dopo è facile immaginarlo. La ricostruzione degli avvocati, a cui sono stati negati dalle autorità italiane numerosi documenti di bilancio, non lascia spazio a interpretazioni alternative. E così tornano i soliti noti del traffico di esseri umani e petrolio. "Particolarmente preoccupante è la situazione a Tajoura e Tarik al Sikka, centri di detenzione entrambi sotto il controllo di milizie afferenti a Mohamed al-Khoja, vice capo del Dcim (il Dipartimento di contrasto all'immigrazione illegale, ndr), che - si legge - ha le proprie milizie ed è legato al business del traffico di migranti".

Una recente inchiesta diAssociated Press conferma che il centro di Tarik al Sikka "è gestito da milizie afferenti ad al-Khoj a, il quale sarebbe sotto indagine da parte di tre agenzie governative libiche per la sparizione di forti somme di denaro stanziate dal governo di Tripoli per il cibo all'interno dei centri". Denaro che arriva in gran parte da Paesi donatori esteri.

"Le organizzazioni internazionali operanti in Libia sono ben consapevoli della possibilità di malversazioni e sviamento degli aiuti umanitari: una comunicazione interna delle Nazioni Unite - riporta Asgi - affermava l'esistenza di un "alto rischio" che il cibo destinato alla Gdf di Unhcr a Tripoli (la struttura di transito dell'Onu, ndr) venisse in realtà incamerato da gruppi armati".

Ma dei 6 milioni stanziati dall'Italia per gli interventi da affidare alle Ong, chi ha preso la parte maggiore? Rispunta una vecchia conoscenza. La solita. Ecco cosa ha raccontato una fonte citata da Asgi: "Nel centro di Zawiyah, gestito dal clan del noto trafficante Abdul Rhaman al-Milad detto "Bija" e teatro del più corposo intervento (un milione di euro), gli aiuti finiscono "metà ai detenuti metà alle guardie", e molti beni vengono poi rivenduti sul mercato nero".

Da un punto di vista politico gli interventi corrono l'evidente rischio di legittimare "l'attuale sistema di detenzione di stranieri in Libia". Stanziamenti "in continuità - conclude il rapporto - con il quadro più articolato di interventi del governo italiano in Libia, tra cui il multiforme sostegno alla cosiddetta Guardia Costiera libica, che hanno come effetto di incrementare il numero di intercettazioni di migranti in mare, successivamente trasferiti nei centri di detenzione". Deportati direttamente verso gli "orrori inimmaginabili" mai menzionati nella proposta di rifinanziamento oggi all'esame dei deputati.