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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 12 marzo 2026

La Gip di Milano: Cappato non è punibile per due pazienti accompagnati in Svizzera. Elena e Romano rifiutarono l’”accanimento terapeutico” dei trattamenti clinici. Chissà se anche questa decisione presa dalla Gip di Milano verrà additata dall’attuale inquilina di Palazzo Chigi come uno di quei casi in cui “la magistratura ci impedisce di governare”. Perché è sicuro che, disponendo l’archiviazione delle inchieste aperte nei confronti di Marco Cappato per l’aiuto al suicidio fornito nel 2022 a Elena e Romano, due malati terminali che avevano ritenuto “accanimento terapeutico” i trattamenti medici a loro prospettati, la giudice milanese Sara Cipolla è andata ben oltre i limiti imposti dal testo base del ddl sul Fine vita depositato al Senato nel luglio scorso dal forzista Zanettin e dal meloniano Zullo.

Testo - in stallo totale nelle Commissioni Giustizia e Affari Sociali - che non riesce neppure ad essere fedele al proprio nome, in quanto tradisce perfino le disposizioni dettate dalla Consulta nella sentenza-leader 242/2019 Cappato/Dj Fabo. “Quando il Parlamento continua a non intervenire, sono le persone malate a far affermare, anche nei tribunali, principi di libertà, dignità e uguaglianza”, commenta il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni che per quei viaggi in Svizzera si autodenunciò subito dopo.

Cappato infatti aveva accompagnato a morire, nella clinica Dignitas di Zurigo, prima (agosto 2022) la signora Elena, 69enne veneta malata terminale di cancro che non voleva sottoporsi ad un nuovo ciclo di chemioterapia, poi (novembre 2022) il signor Romano, 82 anni, affetto da una forma grave di Parkinson, che rifiutava il sondino Peg per l’alimentazione artificiale. Entrambi chiesero l’aiuto dell’associazione Coscioni per raggiungere la Svizzera in quanto, non essendo tenuti in vita da un “trattamento di sostegno vitale”, in Italia non soddisfacevano uno dei requisiti individuati fino ad allora dalla Consulta.

Ma la Gip, quando il 3 marzo scorso ha accolto la richiesta di archiviazione formulata nel settembre 2023 dal pm Luca Gaglio e dall’aggiunta Tiziana Siciliano, secondo i quali bisognava interpretare in modo più estensivo i requisiti dettati dalla Consulta nel 2019 e considerare “futili ed espressivi di accanimento terapeutico” i trattamenti rifiutati dalla signora Elena e dal signor Romano, ha basato il proprio giudizio sui successivi pronunciamenti dei giudici costituzionali, davanti ai quali la stessa magistrata milanese aveva sollevato la questione di legittimità.

La Consulta ha infatti chiarito nel luglio 2024 e precisato meglio nel maggio 2025 che “dal punto di vista costituzionale non vi può essere distinzione tra il paziente sottoposto a trattamenti di sostegno vitale, di cui può pretendere l’interruzione”, e il paziente che, nelle stesse condizioni cliniche, quei trattamenti li rifiuta. Una rinuncia espressa, come spiega ancora l’avvocata Gallo, “esercitando un diritto costituzionalmente garantito perché il trattamento è ritenuto inutile, sproporzionato, futile e contrario alla propria dignità”. D’altronde, “il requisito del “trattamento di sostegno vitale” non può essere ridotto alla sola presenza attuale di un macchinario o di un presidio sanitario in funzione”.

Per questo, “il decreto di archiviazione - conclude la segretaria nazionale dell’associazione Coscioni - recepisce l’evoluzione della giurisprudenza costituzionale: dalla sentenza 242/2019, alla 135/2024, fino alla 66/2025 che ha chiarito in modo definitivo come il riferimento al “trattamento di sostegno vitale” debba essere letto alla luce degli articoli 2, 3, 13 e 32 della Costituzione, della legge 219/2017 sul consenso informato e sulle Dat, e del diritto della persona malata di rifiutare qualsiasi trattamento”. Di conseguenza, ha stabilito la Gip, chi fornisce aiuto al suicidio del malato terminale, capace di intendere e volere e che si trovi in queste condizioni cliniche, non è punibile. Per Cappato e Gallo si tratta di “un precedente prezioso” che afferma il diritto di sottrarsi ad una condizione che viene percepita come “tortura”. “Ora bisogna fare sì che il Parlamento italiano non cancelli questo diritto: sarebbe gravissimo. Ci mobiliteremo - assicurano i due attivisti - affinché questo non accada e continueremo ad aiutare le persone che ce lo chiedono, se necessario anche ricorrendo ad azioni di disobbedienza civile”.