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di Giuseppe Salvaggiulo


La Stampa, 12 gennaio 2021

 

Scontro sul trasferimento del pm romano Racanelli, intercettato nell'inchiesta di Perugia. I dossier contro Pignatone e Ielo. Oltre un secolo fa, in America, un gruppo di medici condusse un esperimento per dimostrare che l'anima ha una massa, e misurarla. Monitorando il peso di alcune persone poco prima e subito dopo la morte, conclusero che l'anima umana pesa 21 grammi.

Dopo la sentenza disciplinare che a metà ottobre ha privato della toga Luca Palamara, i 21 grammi del più grave scandalo della magistratura italiana sono le sessantamila pagine di chat trovate sul suo cellulare, quando fu sequestrato dalla Procura di Perugia il 30 maggio 2019. Del caso Palamara molto si è scritto, anche a sproposito. Molto si è detto, talvolta alludendo. Non tutto, in ogni caso.

Il processo di Perugia (l'udienza preliminare entrerà nel vivo a febbraio) si annuncia meno scontato del previsto, dopo che la Procura ha nuovamente cambiato il capo di imputazione, circoscrivendo l'ipotesi di corruzione sia dal punto di vista temporale (2013-2017) che da quello funzionale (il ruolo di Palamara nel Csm come giudice disciplinare e membro della commissione nomine). L'indagine parallela sulle fughe di notizie ha già riservato qualche sorpresa con le deposizioni contrastanti di due membri (e un tempo sodali) del Csm, Piercamillo Davigo (nel frattempo pensionato) e Sebastiano Ardita.

Il processo disciplinare a Cosimo Ferri, deputato-magistrato gran visir della politica correntizia, è impantanato per una serie interminabile di istanze difensive (uscieri a parte, Ferri al Csm ha ricusato tutti). Quello agli altri cinque ex membri del Csm, partecipi dell'incontro notturno con il deputato-imputato Luca Lotti all'hotel Champagne per discutere le nomine nelle Procure, prosegue con passo lisergico al riparo dai riflettori. Ma prima o poi entrerà nel vivo e darà soddisfazioni, se le linee difensive non si sovrapporranno.

Nell'attesa, ci sono le chat. Le chat sopravvivono all'espulsione di Palamara e prescindono dagli altri processi. Unite alle intercettazioni e alle conversazioni captate con il trojan, disegnano una fitta trama di rapporti di potere che coinvolge centinaia di magistrati lungo un arco temporale che abbraccia due consiliature del Csm.

Nelle chat c'è di tutto. Chiacchiere tra colleghi e faccende personali. Le partite di calcetto, in cui Palamara eccelleva. Ma anche questioni che riguardano l'organizzazione degli uffici giudiziari, i rapporti tra le correnti, le nomine, le promozioni, le rivalità, i sospetti e i veleni. Un recente libro di Antonio Massari, intitolato Magistropoli, ne dà diffusamente conto.

Basandosi sulle chat, per 27 magistrati la Procura generale della Cassazione ha avviato procedimenti disciplinari, contestando a vario titolo la violazione di obblighi di correttezza. Non è stata una scelta semplice né priva di contrasti. Alla fine il procuratore generale Giovanni Salvi con un provvedimento pubblicato sul web ha dato conto del criterio usato per distinguere la rilevanza disciplinare di alcune conversazioni da quelle non rilevanti, tra cui per esempio i messaggi di autopromozione a fini di carriera purché senza denigrazione di colleghi concorrenti.

E tutte le altre chat? E tutti gli altri magistrati? Il malloppo è stato inviato da Perugia anche al Consiglio superiore della magistratura. Perché le chat possono essere utilizzate per valutare le progressioni di carriera, il conferimento di incarichi e i trasferimenti per "incompatibilità ambientale".

Una forma, quest'ultima, di responsabilità non a caso (e con un certo margine di ambiguità) definita paradisciplinare. La prevede il regio decreto del 1946 come deroga al principio di inamovibilità. Il Csm può dunque trasferire un magistrato, anche incolpevole, se valuta che in una certa sede o in una certa funzione non possa più garantire "piena indipendenza e imparzialità".

Benché sganciati da processi e sanzioni, spesso i trasferimenti per incompatibilità ambientale nascondono un retrogusto punitivo, perché evidenziano passi falsi, mosse inopportune, incapacità di lavoro in squadra, se non scivoloni comportamentali. Insomma mettono fuori gioco. Isolano. Precludono ambizioni di carriera. E sono molto temuti dai magistrati. Quasi un anno fa, sulla base delle prime intercettazioni con Palamara, fu trasferito in questo modo un pm della Procura nazionale antimafia, Cesare Sirignano, nonostante una difesa agguerrita e accorata.

Si capisce come mai la chiavetta usb con le migliaia di chat di Palamara sia diventata un'arma nucleare che si presta agli usi (anche mediatici) più disparati, non sempre palesi e irenici. Una chat può sporcare un curriculum immacolato, azzerare carriere, regolare conti. Può sommergere o salvare. Crocifiggere o graziare. Motivo per cui, qualche mese fa, lo stesso Salvi, durante una seduta del Csm, aveva sollecitato (con tono da intimazione) la prima commissione, competente sulle chat, a stabilire un metodo e un criterio di valutazione omogeneo, trasparente e rispettoso dei magistrati chattanti o semplicemente citati.

Negli ultimi due mesi, guidata con piglio sabaudo da Elisabetta Chinaglia, la prima commissione ha messo le mani nel pentolone delle chat. E la discussione ha subito preso una piega pirotecnica, anche perché tra le prime posizioni esaminate ce n'è una tra le più importanti e controverse.

Si tratta del fascicolo che riguarda il procuratore aggiunto di Roma, Angelantonio Racanelli. Benché sconosciuto al grande pubblico, un nome pesante. Racanelli è un pezzo grosso di Magistratura Indipendente, la corrente conservatrice delle toghe. È legato a Palamara, con cui nelle chat manifesta confidenza e intelligenza politica. Palamara era nel Csm che nel 2016 l'ha nominato procuratore aggiunto. Ma Racanelli è anche l'uomo di Cosimo Ferri nella Procura di Roma, l'ufficio giudiziario più importante d'Italia. Nel 2019, quando scoppia il caso Palamara, si dimette dal vertice della sua corrente "perché non voglio partecipare al festival dell'ipocrisia".

I messaggi tra Racanelli e Palamara coprono il periodo tra la fine del 2017 (quando Palamara è ancora nel Csm) e il maggio 2019, nei giorni caldi delle manovre sulla Procura di Roma. Sintetizza la prima commissione: "Emerge che vi erano rapporti di conoscenza e amicizia tra i due e consiglieri del Csm e colleghi dello stesso ufficio che commentano anche ciò che accade in Consiglio dopo il termine del mandato di Palamara, dapprima con riferimento alla elezione del vicepresidente (David Ermini i cui grandi elettori furono Lotti, Ferri e Palamara, ndr) e poi in ordine alle informazioni su alcune nomine fatte dal Csm, su rapporti associativi relativi all'Anm e sulle votazioni della quinta commissione per il procuratore di Roma".

Sempre lì si torna, alla scelta del nuovo procuratore di Roma nella primavera del 2019. I pm che hanno lavorato più in sintonia con il procuratore uscente Giuseppe Pignatone sperano in un successore che ne condivida il metodo, come il palermitano Franco Lo Voi. Palamara e Racanelli sostengono Marcello Viola e ragionano su come agevolarne la vittoria (cosa non facile, è il meno titolato tra i concorrenti rimasti in gara).

Nella partita entra in gioco l'ormai famoso dossier del pm romano Stefano Fava contro il procuratore uscente Pignatone e l'altro aggiunto Paolo Ielo. Fava (un pm fuori dalle correnti e con approccio investigativo molto aggressivo) sospetta conflitti di interessi e si rivolge al Csm.

Palamara, amico di Fava, ritiene il dossier utile per sostenere la tesi della "discontinuità" nella Procura di Roma, che indurrebbe a nominare Viola. A cascata, conta di farsi nominare a sua volta procuratore aggiunto, chiudendo il cerchio. Racanelli condivide e sostiene il disegno. Con Pignatone, che gli ha affidato i reati informatici, non s'è trovato bene. E con Ielo, viceversa un pupillo di Pignatone che gli ha dato le più importanti indagini di corruzione, non va proprio d'accordo.

Queste le forze in campo. Il contesto delle conversazioni (chat, telefonate, in ufficio) Palamara-Racanelli nel maggio 2019. In particolare, i due monitorano passo passo l'andamento dei lavori della commissione nomine del Csm (non pubblici) e Racanelli propone di "far succedere casino" in caso di rinvio del voto in favore di Viola; valutano le conseguenze dell'inchiesta su Palamara che iscrivono nella battaglia di potere in corso, avendo saputo che gli atti (ancora segreti) sono stati mandati da Perugia al Csm proprio in quei giorni; discutono l'uso del dossier Fava per contrattaccare, tanto che Racanelli dice: "Bisogna insistere per avere le carte" non ancora mandate dal vertice del Csm alla prima commissione "e incominciare a muovere le carte ... incominciare a convocare" presumibilmente Fava e poi a ruota Pignatone e Ielo, con grande e inevitabile scandalo.

Quanto pesi il caso Racanelli è testimoniato dal fatto che le solitamente soporifere sedute della commissione del Csm si sono fatte elettrizzanti, al punto da indurre anche consiglieri esterni a godersi lo spettacolo a cavallo della pausa natalizia.

Nella commissione, come prevedibile, si sono formati due blocchi. Da una parte quello rigorista, formato dal pm Nino Di Matteo (che si presentò al Csm parlando di "metodo mafioso delle correnti"), dalla giudice Ilaria Pepe, della corrente Autonomia & Indipendenza di Davigo e, prima di astenersi, anche dalla presidente Chinaglia (Area, corrente di sinistra). Essi ritengono che il ruolo attivo di Racanelli nelle trame contro i colleghi dell'ufficio sia incompatibile con la sua permanenza nella Procura di Roma, per lo più con funzioni semi-direttive.

Dall'altro quello "minimalista" formato dai due membri laici di centrodestra nonché avvocati penalisti (Alessio Lanzi di Forza Italia ed Emanuele Basile della Lega) e dalla giudice Paola Braggion, di Magistratura Indipendente come Racanelli. Secondo loro, Racanelli esprimeva con Palamara "mere opinioni personali" su vicende già di dominio pubblico. Quanto al dossier Fava, non interveniva sul contenuto ma solo sul "metodo" al fine di un "corretto accertamento dei fatti anche in considerazione della sua esperienza in prima commissione quando era consigliere del Csm" tra il 2010 e il 2014.

Stesso discorso per le valutazioni degli atti perugini a carico di Palamara. E sulla scelta del procuratore di Roma manifestava "pure opinioni" sulla base di quanto avvenuto in passato, ma senza "diretta interferenza" con il Csm. Inoltre il suo ruolo ha avuto scarso risalto mediatico con "pochissimi articoli di stampa" (in realtà ci fu anche un'intervista in una puntata di Report). Ragioni per cui "deve escludersi ogni incidenza sulla credibilità del magistrato all'interno del suo ufficio".

Per sostenere la tesi, la relazione Braggion cita in modo incidentale (ma tutt'altro che casuale) un solo precedente, molto noto e facilmente identificabile sebbene i nomi siano omessi: l'intenso rapporto tra il giudice-scrittore Giancarlo De Cataldo e Salvatore Buzzi, "pregiudicato per omicidio" e poi condannato nel processo "mafia capitale". Su De Cataldo (giudice romano e di sinistra) il Csm di divise furiosamente per due anni, a parti invertite: gli attuali sostenitori della linea "minimalista" battagliarono per il trasferimento, ma persero per un voto. In quel caso Palamara, in dissenso con il suo gruppo Unicost, difese De Cataldo.

Poche righe, ma dense di significati. E di sottotesti. La parola definitiva spetta ora al plenum. Il caso Racanelli è all'ordine del giorno mercoledì 12 gennaio. Si preannuncia una discussione accesa e una votazione al fotofinish. La decisione avrà conseguenze, in ogni caso. Stabilirà un precedente nella valutazione delle chat. Il no al trasferimento significherebbe, sostanzialmente, l'irrilevanza delle chat correntizie se non per espliciti profili penali o disciplinari. Al contrario, il trasferimento fisserebbe un'asticella alta ai comportamenti inaccettabili, benché non sanzionabili sotto quei profili. Tutto questo al netto dei rapporti di forza tra le correnti nella nuova giunta dell'Associazione nazionale magistrati. A parole unitaria. Nei fatti, non meno rissosa e "disunitaria" della maggioranza parlamentare.