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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 4 settembre 2025

Fontana e Mirenda si asterranno al plenum con Mattarella. Due astensioni davanti a Mattarella, che oggi pomeriggio presiederà a palazzo Bachelet il plenum del Csm dedicato alla nomina del nuovo primo presidente della Cassazione. È la protesta degli indipendenti Alberto Fontana e Andrea Mirenda, annunciata alla vigilia perché non vuole essere uno sgarbo a nessuno, tantomeno al presidente della Repubblica, ma un modo per riaccendere un faro sull’annosa questione del testo unico delle nomine giudiziarie. Per quello che riguarda la presidenza della Corte, i nomi in corsa si sanno da luglio: uno è il presidente aggiunto della Pasquale D’Ascola, l’altro è il segretario generale Stefano Mogini. Il primo, in teoria, partiva favorito, con l’appoggio di Area, Magistratura democratica, Unicost e dei laici di centrosinistra. Ma con le astensioni di Fontana e Mirenda, il gioco si è improvvisamente riaperto.

“Sappiamo che il nostro è un gesto clamoroso - dice Fontana - ma la nomina sarà fatta lo stesso, quindi non c’è danno per l’attività istituzionale”. Prosegue Mirenda: “La nostra è una protesta gandhiana”. I motivi? La troppa discrezionalità lasciata al consiglio dal testo unico sulle nomine giudiziarie approvato a ottobre dell’anno scorso. La polemica, al tempo, fu forte: da una parte Md, Unicost e gli indipendenti a sostenere un metodo “a punteggio” per decidere gli incarichi direttivi nei tribunali e dall’altro un sistema che lascia l’ultima parola in mano al plenum del Csm, proposta sostenuta da Area e Magistratura indipendente, i due gruppi maggioritari.

“È questo testo unico che ha fatto sì che non si è arrivati a una proposta unitaria per la presidenza della Cassazione, come avrebbe voluto il Quirinale - attacca ancora Fontana -, il nostro gesto serve ad attirare l’attenzione su questo: è chiaro che non si potrà revocare il provvedimento assunto l’anno scorso, ma è possibile rivederlo nella sua parte più clamorosamente svincolata da ogni regola, quella sugli incarichi direttivi”. Si tratterebbe di riscrivere due articoli in tutto, in effetti. “Il testo unico - prosegue Mirenda - è privo di limiti. È stato pensato da Area e Mi per tenersi le mani libere in consiglio. Al Csm si parla quasi sempre di nomine, ma in realtà è un problema irrisorio rispetto ai tanti che ha la magistratura”. Gli incarichi, i posti da procuratori, i trasferimenti li decide tutti il Csm. E ancora nella memoria collettiva dell’universo giudiziario c’è il caso dell’Hotel Champagne, la “degenerazione correntizia” che vedeva al centro della scacchiera l’ex magistrato Luca Palamara. Storie vecchie, probabilmente. O forse no. “Lo scandalo emerse nel 2019 - ricorda Mirenda - ma tutti i magistrati sapevano benissimo come funzionavano le cose”. E ora? Spiega Fontana: “Noi vorremmo dare una risposta a questo problema, e per noi questo si può fare solo introducendo delle regole chiare per le nomine”.

Sullo sfondo c’è sempre la riforma della giustizia firmata da Carlo Nordio, quella che non solo separerà le carriere di magistrati requirenti e giudicanti, ma sdoppierà anche il Csm, togliendogli ogni competenza in materia disciplinare e sorteggiandone i membri in maniera integrale. Tutto questo, come sappiamo grazie alle pressoché quotidiane esternazioni del guardasigilli, per combattere le correnti (leggi: le famigerate toghe rosse, cioè tutte quelle che per un motivo o per un altro hanno assunto decisioni sgradite al governo).

“Mirenda e io siamo su due fronti opposti per quanto riguarda il sorteggio - dice in ultima analisi Fontana - com’è noto, lui è favorevole e io no. In questa battaglia però ci troviamo insieme perché entrambi pensiamo che ci sia troppa discrezionalità sulle nomine giudiziarie. Inserire delle regole chiare significa dimostrare che la magistratura è capace di correggersi e che non c’è alcun bisogno della riforma costituzionale”. E Mirenda, più dubbioso di Fontana, conclude: “Chi non è capace di riformarsi fatalmente verrà riformato”.