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                   5permille

   

di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 22 maggio 2026

Dovevano essere 5mila le persone a passare ai domiciliari nel corso dei difficili mesi estivi. Ma alla fine la platea è stata ridotta in partenza. Saranno esclusi i tossicodipendenti, chi ha ricevuto un provvedimento di espulsione, le persone con problemi psichiatrici, quelle che hanno restrizioni particolari o hanno avuto sanzioni. E le strutture di accoglienza ancora non ci sono. L’estate è alle porte. Lo è anche il caldo infernale che si respira nelle carceri quando arriva quella che fuori dai muri di cinta delle prigioni viene definita “la bella stagione”. Ma le promesse del governo, quelle di rendere il carcere un po’ più vivibile all’arrivo del caldo torrido, saranno disattese. Ancora una volta. Era stata annunciata una misura straordinaria che avrebbe “dato un gran contributo per abbattere il sovraffollamento”: fonti del ministero parlavano di 5mila detenuti fuori dal carcere entro l’estate. Sarebbero stati, era l’indiscrezione, accolti in case famiglia e strutture simili, con una “sorveglianza minima” da parte della Polizia penitenziaria. 

Peccato che all’annuncio non corrispondano i fatti. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha presentato oggi questo piano del governo per alleggerire le carceri sovraffollate e funestate dai troppi suicidi. Una conferenza stampa in pompa magna, con tutti i sottosegretari e alcuni capi di Gabinetto. Dietro la propaganda però si cela l’inghippo. Eccolo: non saranno 5mila i detenuti che usciranno dalle carceri seguendo questo programma. Saranno, se va bene, 2-3mila: si tratta, spiega una fonte del ministero a margine della conferenza stampa, di detenuti che potrebbero accedere agli arresti domiciliari (perché hanno da fare una pena inferiore a 4 anni), ma non hanno un domicilio. La platea sarebbe ben più ampia, ma è stata ridotta in partenza. Saranno esclusi i tossicodipendenti, coloro che hanno ricevuto un provvedimento di espulsione, le persone con problemi psichiatrici, quelle che hanno restrizioni particolari o hanno avuto sanzioni durante la detenzione.

La platea dunque si riduce quasi della metà rispetto all’annuncio iniziale, ma non è tutto. Perché i detenuti non potranno uscire, come avevano promesso dal ministero retto da Carlo Nordio, “a brevissimo.” Tantomeno entro l’estate. Per una ragione molto semplice: le comunità che dovrebbero accoglierli ancora non ci sono. E le poche che si sono mostrate interessate ancora non sono state vagliate dal ministero. Finora solo sette strutture in tutto il Paese si sono fatte avanti. A domanda dei cronisti, non è stato spiegato quanti detenuti potrebbero ospitare, né dove sono collocate. Il 30 maggio si chiuderà la prima finestra in cui le comunità possono mostrare disponibilità. Solo a quel punto il ministero valuterà quante sono in tutto e se sono idonee. Una volta stilato l’elenco, gli avvocati potranno iniziare a fare domanda per far uscire i loro assistiti. Le domande finiranno al magistrato di sorveglianza, che le dovrà valutarle. E già arrivano i primi allarmi sul carico di lavoro in arrivo in uffici a corto di personale. 

Le stime fatte dai tecnici del ministero davanti ai cronisti inducono a pensare che per vedere effetti concreti si andrà ben oltre l’estate: “Dovremmo essere a regime entro poco meno di un anno”, è l’indicazione. Se si riesce a essere particolarmente celeri con quella che viene definita “la prima finestra”, qualche detenuto potrebbe uscire entro il 2026, ma non prima di settembre. Quando il progetto avrà consistenza, i reclusi potranno entrare nelle strutture per un periodo di otto mesi, rinnovabile. La misura è subordinata a un patto: potrà entrare in struttura chi, avendo già gli altri requisiti, accetta un piano rieducativo in cui è incluso il lavoro. Nonostante per il progetto sia stata stanziata una somma di 7 milioni, una parte dello stipendio che il detenuto percepirà con il suo lavoro andrà allo Stato. Un meccanismo, quest’ultimo, che suscita qualche dubbio. Così come molti dubbi suscitano i tempi dell’operazione - che sono troppo lunghi per una misura che dovrebbe essere emergenziale - e la poca trasparenza sulle strutture di accoglienza.

Insomma: la misura che era stata presentata come “la rivoluzione copernicana” in realtà va poco oltre le buone intenzioni. I toni trionfalistici però restano: “Non è facile - dice Nordio - creare un sistema non carcerocentrico, ma neanche indulgenziale”. Parole che, comunque le si declini, sono ben lontane dalla realtà di un governo che ha creato molti reati in più per cui è previsto il carcere. E che sulla vivibilità dei penitenziari ha fatto, in quasi quattro anni, solo promesse

Per non smentire l’ormai antica consuetudine degli annunci, ecco che in sede di conferenza stampa ne arriva un altro. E anche in questo caso viene definito “rivoluzione copernicana”. Riguarda la creazione di un sistema per far uscire dal carcere i detenuti tossicodipendenti (che sono circa 15mila) e farli ospitare da comunità ad hoc. Quale sistema? Come spiega il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari nessuna novità: semplicemente il governo nelle prossime settimane rilancerà un progetto di legge che è già in Senato. E che, se tutto va bene, sarà approvato entro la fine della legislatura. Intanto le carceri, che ormai sfiorano i 65mila detenuti, continueranno a essere le stesse: chiuse, sovraffollate, prive di attività ricreative, con detenuti in difficoltà e operatori che non riescono più ad aiutarli.