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di Gabriele Segre

La Stampa, 31 marzo 2026

Chi può fare la guerra, prima o poi la fa. È la prima e più antica legge della politica: da Machiavelli in avanti, se riempi gli arsenali, presto o tardi troverai anche una buona ragione per svuotarli. Del resto, non ha senso lasciare la potenza in magazzino. Accanto a questo principio, però, ne esiste un altro, meno intuitivo, meno citato nei manuali, ma proprio per questo più rivelatore della folle spirale bellica nella quale stiamo precipitando: chi è convinto di avere il futuro dalla propria parte, la guerra preferisce rinviarla a data da destinarsi. Certo, non è filosofia da Nobel per la pace. È puro calcolo, più psicologico che militare, ma non per questo meno strategico. Immaginate uno Stato che guarda l’orizzonte e non vede che una lunga stagione di magra: stagnazione economica, culle vuote, avversari che si rafforzano mentre il Paese si svuota e chi rimane si ubriaca di malumore. Di fronte a un inverno senza primavera, la guerra smette di sembrare una follia e comincia ad assomigliare a un investimento: strappare oggi, con la forza, ciò che il tempo di certo non regalerà più domani. Se, al contrario, nell’aria si sente profumo di orizzonti fecondi, la guerra torna ad apparire per quello che è: una disastrosa assurdità. Molto meglio lasciare che sia il “Generale Tempo” a fare il suo mestiere - vincendo sulla concorrenza a colpi di Pil e prosperità, anziché con missili e cannoni.

La Guerra Fredda, in questo senso, è stato un caso di scuola. Due superpotenze armate fino ai denti, capaci di annientarsi a vicenda più volte al giorno, eppure impossibilitate - o meglio, non interessate - a farlo. Entrambe erano certe che il futuro fosse dalla loro parte e che, prima o poi, avrebbero vinto senza dover sparare un colpo. Washington vedeva la storia marciare verso la democrazia liberale. Mosca verso il trionfo del comunismo. Una delle due si sbagliava di grosso, ma all’epoca poco importava: se sei convinto di passare all’incasso domani, perché giocarti tutto oggi? La vera deterrenza era psicologica ancor prima che nucleare.

Poi quel futuro è finito, e con esso la fiducia nel tempo come alleato. La Russia è stata la prima a scoprirlo - e nel modo più brutale. Con il crollo dell’Unione Sovietica si è dissolto anche il racconto del proprio destino. Mosca ha provato a reinventarsi tra privatizzazioni selvagge, oligarchi e passerelle internazionali, oscillando tra capitalismo improvvisato e nostalgia imperiale. Non ha funzionato. Quando la decadenza è apparsa inesorabile, il calcolo si è capovolto. A quel punto, l’invasione dell’Ucraina ha assunto i contorni di una puntata disperata: meglio alzare la posta al limite, anche a costo di finire rovinati, piuttosto che accettare di dissanguarsi lentamente. La storia recente di Israele segue una traiettoria diversa, ma con lo stesso nervo scoperto. Per decenni, la sua deterrenza sembrava quasi metafisica nella sua solidità. Quando il 7 ottobre quella certezza si è polverizzata in poche ore, non è crollato solo il presente, ma la stessa percezione del futuro. Gaza, il Libano, l’Iran sono stati la risposta - tanto strategica quanto viscerale - di una società che ha sentito scapparle di mano il controllo del proprio domani.

E poi c’è l’Europa, elegante custode di un lungo periodo in cui la guerra era stata archiviata come un’abitudine barbarica, protetta da una sicurezza esternalizzata e da una crescita data per acquisita. Oggi, tra aggressività russa e isterie americane, quell’equilibrio privilegiato si è incrinato. Riarmo tedesco, nucleare francese, difesa comune: è il lessico di un lento risveglio muscolare che, per ora, somiglia più a un riflesso nervoso che a una vera strategia. E poi ci sono loro - Stati Uniti e Cina - i grandi arbitri del tempo e della forza, attesi a breve a un incontro che potrebbe rivelarsi il più importante dei prossimi decenni, nel momento forse più delicato degli ultimi ottant’anni.

Gli Stati Uniti restano, oggettivamente, la potenza più completa del sistema internazionale, ma la percezione che vivono i suoi cittadini racconta un’altra storia: milioni di posti di lavoro evaporati, salari fermi, disuguaglianze che si allargano come una piaga che non si può rimarginare. Il passaggio da Nazione egemone a “prima tra pari” è vissuto come un trauma - e la raffica di “guerre lampo” dell’amministrazione Trump ne è, insieme, il riflesso e l’espressione più evidente.

Dal canto suo, la Cina affronta il medesimo meccanismo - e questa, per quanto sembri controintuitiva, è forse la notizia più inquietante. Siamo abituati a descriverla come la potenza che ragiona in decenni mentre gli altri litigano in cicli elettorali, ma anche lei comincia a fare i conti con i propri limiti. La crescita rallenta, la disoccupazione giovanile sale, il debito pesa, e il Paese è destinato a diventare vecchio prima di diventare ricco. Il presente resta solido, ma l’orizzonte non è più quella linea retta che sembrava scritta. In certi ambienti di Pechino circola l’idea che la Cina sia già oggi al picco della sua forza relativa. Così, se il futuro promette meno del presente, forse il momento di agire è già arrivato. Esattamente il ragionamento che si fece a Berlino nell’estate del 1914 prima di mandare l’intera Europa al fronte. Il risultato di tutto ciò è un caleidoscopio di prospettive che converge in un inquietante punto cieco, mentre Trump e Xi si preparano al summit di Pechino. I due presidenti si troveranno a discutere di dazi, microchip, sicurezza marittima e Taiwan. Rischiano di essere parole inutili, se non riusciranno a rassicurarsi a vicenda, sussurrandosi ciò che conta di più: il futuro esiste ancora ed è dalla parte di entrambi.