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di Valerio Spigarelli

Il Dubbio, 25 maggio 2026

Quanto manca Marco Pannella alla politica italiana? Ad ascoltare il coro dolente che in occasione dei dieci anni dalla sua morte ha sparso molte lacrime, a destra e sinistra, si dovrebbe concludere che il vuoto sia immenso. Il che è vero, ma per motivi diversi da quelli che si leggono sulle pagine dei giornali di questi giorni. Che Pannella sia stato quel personaggio estremo, istrionico, visionario, idealista all’ennesima potenza, perfino antesignano “buono” del sentimento anticasta, che poi gli è sopravvissuto nella forma degenere del populismo della Terza Repubblica, in fondo ci sta. E in tanti si sono soffermati su questi aspetti, amici e avversari di ieri.

Soprattutto i secondi, visto che gli amici veri, quelli non disposti alle celebrazioni di maniera, hanno anche sottolineato che sapeva essere totalizzante tanto nelle vicinanze quanto negli allontanamenti, fino a dimostrarsi persino un Kronos divoratore di figli politici.

Del resto, se Pannella aveva una qualità era quella di essere spiazzante, e quelli che hanno questa caratteristica la uniscono fatalmente al cattivo carattere. Il ritratto che ne è uscito, alla fine dei conti, è quello di personaggio centrale nella politica della Prima Repubblica proprio per la sua marginalità rispetto alle liturgie di quel periodo. Bravo ma inutile per i grandi cambiamenti. Insomma, diciamocelo con franchezza, tanto enfatico il santino di oggi quanto poco seguite le sue torrenziali idee quando era in vita. Il destino dei grandi, dice qualcuno. È giù a ricordare ai nanerottoli dell’attuale Pantheon i campi delle battaglie radicali dal divorzio all’aborto, dalla giustizia giusta alla fame del mondo. In particolare, persino quelli che poi non muovono un dito per modificare la situazione, la sua appassionata lotta per un carcere civile e degno di una democrazia. Voci diverse, in parte, ma argomenti non dissimili da quelli che erano stati spesi al momento della sua morte, a piazza Navona, dieci anni fa. Ieri e oggi con un tratto costante, trasversale, che, tra il dire e il non dire, si può cinicamente riassumere così: “Il suo idealismo manca a tutti perché alla fin fine non ha fatto male a nessuno, s’è perso in un fiume di parole e non ha inciso sulla grande politica”.

Del resto, quando ero un giovane di sinistra dei Settanta, a piazza Navona mi toccava andarci quasi in incognito, perché, su quel lato, il suo idealismo fino ai socialisti si sopportava, ma dal Pci in poi si detestava. Anzi lo si identificava, assieme alle idee liberali che propugnava, come una stigmate destrorsa. Sentimento ben rappresentato da quel pugno sulla faccia che a un certo punto si prese sotto le Botteghe Oscure. Ora, se proprio dobbiamo tirare le somme a due lustri dalla sua morte, e a cinquant’anni dalla sua vittoria più grande, lasciamo da parte questo aspetto e ragioniamo invece sul fatto che Marco Pannella, e le battaglie radicali, hanno fatto molto di più di tanti altri per cambiare, riuscendoci, la vita degli italiani.

È stata politica concreta, concretissima. Nessuno ricorda, ormai, che nell’Italia degli anni Cinquanta, avere padre e madre separati per un ragazzino era una condanna consumata all’ombra di sermoncini pelosi subiti alle elementari da insegnanti che venivano dritti dalla scuola del fascismo e ne replicavano i cliché appena appena ripuliti in salsa democristiana, preghiere del mattino e inni nazionali inclusi. Marco Pannella, a quei ragazzini, e ai loro genitori, la vita gliel’ha cambiata eccome, altro che idealista. E l’ha cambiata, assieme alle sue compagne e ai suoi compagni radicali, anche alle donne che abortivano sui tavolacci, se erano povere, o al termine di viaggi della speranza all’estero quando se lo potevano permettere. E a farglielo entrare in testa, al popolo della sinistra di allora, che divorzio e aborto valevano quanto lo statuto dei lavoratori, non fu cosa facile: al contrario, qualcuno le qualificava come battaglie borghesi. Certo che ha cambiato la vita degli italiani quel matto parolaio, ha cambiato anche il loro modo di pensare. L’ha cambiata anche al popolo delle galere, se non altro perché gli dato una dignità e una dimensione dei diritti non come graziose concessioni da fare ai puniti ad opera del mondo dei giusti ma quali componenti essenziali di una pena utile alla società. Apriva porte, quella maniera di far politica, il resto seguiva.

Per uno come me, che in quegli anni si avvicinava agli studi in diritto, Pannella è stato una voce fondamentale della politica, un maestro di tolleranza senza un’oncia di buonismo. Se ripesco nei mie ricordi degli anni universitari, trovo battaglie radicali in favore della giustizia giusta che non distinguevano il colore delle bandiere degli imputati, e non era facile anche solo predicarlo, a quell’epoca, anzi era rivoluzionario per chi sotto scuola sentiva urlare, e magari urlava, che “uccidere un fascista non è un reato”. Trovo un’idea di giustizia umana, indisponibile a versare tributi di sangue in nome della idolatria dello Stato, come nel caso D’Urso, come per l’affare Moro. Trovo la difesa della legalità costituzionale contro le leggi Reale. Poi, una volta entrato in tribunale da avvocato, trovo il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Quello che la vita degli italiani che passano per i tribunali gliel’avrebbe cambiata sul serio, se la cattiva politica, concreta, concretissima ma con pochi ideali, non avesse svuotato di contenuto la legge che partorì. E ancora prima trovo la battaglia per Tortora, che non aveva nulla a che vedere con l’ennesimo capitolo della saga tra innocentisti e colpevolisti che in questo paese riemerge come un fiume carsico in ogni stagione attorno ai processi, e che al giorno d’oggi regala i capitoli più incivili. Fu una cosa diversa, una battaglia per la Giustizia giusta, per un codice moderno, per un argine alla deriva immorale del fenomeno del pentitismo. Soprattutto, fu un lungimirante corpo a corpo contro la giustizia neghittosa e amorale che si fa spettacolo, che riduce gli uomini in ceppi a simboli sacrificali. Fu una battaglia epocale, quella che Pannella condusse insieme ad un uomo, Tortora, che regalò alla memoria di chi come me spendeva la propria vita sul banco della difesa, quell’indimenticabile monito ai suoi giudici: “Io sono innocente e spero, dal profondo del cuore, che lo siate anche voi”.

Altro che idealismo fatto solo di parole, come non dicono, ma pensano, gli esegeti un tanto al chilo di ieri e di oggi. Che poi, in fondo, le parole di Pannella erano pietre e avevano un valore politico maggiore perché impegnavano la sua umanità. E forse il più bel gesto che compì, parlando di giustizia, furono le parole di scuse che porse a Giovanni Leone, che aveva contribuito a cacciare dal Quirinale ispirando e seguendo una violenta campagna di stampa per accuse poi rivelatesi infondate. Una campagna di stampa che fu il prototipo di quel circo mediatico che ha fatto delle gogne il tratto distintivo dell’informazione giudiziaria italiana. Ebbe, lui e solo lui e i suoi compagni radicali, il coraggio delle scuse, della riparazione dell’ingiustizia. Un’altra lezione di diritto. Certo che ci manca una voce come la sua, perché avrebbe spostato le opinioni, rotto gli equilibri anche nel mondo del diritto. Durante la campagna per il referendum ci ho pensato spesso, a cosa sarebbe stato averlo a fianco, e suppongo non sia stato un pensiero originale perché è mancato a molti, e ce ne siamo accorti tutti alla fine. Quel suo “ladri di verità”, soprattutto, e a 360 gradi, sarebbe stato utile.