di Eleonora Martini
Il Manifesto, 4 giugno 2025
In Aula al Senato senza relatori, respinte le pregiudiziali e bypassate le commissioni. “Avete scambiato il Senato per una succursale di Palazzo Chigi?”, urla l’esponente dell’opposizione senza più parole di fronte al passaggio lampo imposto al Senato dal governo Meloni sul decreto Sicurezza. La domanda è retorica, la risposta viene da sé. Il testo arriva infatti all’ora di pranzo nelle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia e dopo neanche un’ora, interrotto l’esame e saltato a piè pari il voto del pur ridotto numero di emendamenti presentati dalle opposizioni, alle cinque della sera il provvedimento viene rimbalzato in Aula senza neppure il mandato al relatore.
Inutili le proteste delle minoranze che tentano di “tutelare il potere legislativo” davanti “allo scippo istituzionale che non ha precedenti”, tacitate una volta di più dalla questione di fiducia posta dall’esecutivo, come era già accaduto alla Camera in prima lettura, per bocca del ministro dei Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani (presente anche il titolare del Viminale Matteo Piantedosi). Il partito della premier avrebbe voluto schiacciare l’acceleratore ancora più forte, costi quel che costi, votare la fiducia già ieri sera. È già tanto quindi che sia slittato ad oggi il voto finale che, in anticipo netto rispetto alla data limite del 10 giugno, convertirà in legge il decreto 48 in vigore dall’11 aprile scorso.
“Come opposizione ci siamo messi d’accordo per ridurre il numero di emendamenti in modo che fosse un numero gestibile dalle Commissioni congiunte - riferisce il dem Andrea Giorgis - 131 emendamenti sono pochissimi, e invece la maggioranza ci ha risposto che è un numero non gestibile mostrando la volontà politica di porre la fiducia e quindi di schiacciare il Parlamento”. “Non si vuole venire incontro nemmeno alle richieste più ragionevoli”, ha sottolineato il presidente del gruppo Misto Peppe De Cristofaro. “È un provvedimento liberticida che fa orrore - attacca il capogruppo di Avs - Attraverso la decretazione d’urgenza, impone al Paese la visione della sicurezza della destra, autoritaria e da Stato di polizia che colpevolizza chi dissente e manifesta, dove il cittadino è il nemico”. Un decreto che “invece di proteggere divide”, sottolinea pure Aurora Floridia, del Gruppo per le Autonomie.
“La maggioranza abbia un sussulto di dignità e torni in commissione per discutere e votare gli emendamenti”, ha incalzato la vice presidente del M5S Alessandra Majorino suggerendo “un percorso lineare” e rinviare il confronto in Assemblea all’inizio della prossima settimana pur senza oltrepassare la data limite per la conversione in legge del decreto. La proposta però non è neppure stata presa in considerazione. A l’opposizione non è rimasto che riproporre in Aula tutti gli emendamenti che erano stati presentati alla Camera, e il numero è salito a 933.
Inutili anche le pregiudiziali di costituzionalità presentate da Pd, M5S, Avs e Italia viva: tutte respinte, con 95 voti contrari e 61 a favore. “Superfluo nominare gli articoli della Costituzione che state trasgredendo con questo decreto, perché state compiendo un capolavoro di violazione “olistica”, diciamo così, dell’intera Carta”, riassume Scalfarotto (Iv). “Governare è legittimo ma la Costituzione non vi permette di comandare. E comandare senza limiti, come state facendo”, incalza Valeria Valente del Pd. “È un gravissimo abuso della decretazione d’urgenza al quale si somma da parte della maggioranza una mortificazione senza precedenti del ruolo e della funzione del Parlamento. È un modo di interpretare la democrazia assai poco democratico”, insistono tutti i partiti dell’opposizione.
I senatori della maggioranza invece, con toni diversi a seconda della prossimità alla destra estrema, oscillano tra l’indicare “l’ostruzionismo” delle minoranze come la causa di una tale accelerazione e la necessità di nuove norme penali per “difendere le divise dalla violenza delle piazze”. “La pacchia è finita”, è lo slogan sempreverde che echeggia nell’Aula, declinato in tante forme quanti sono i nuovi nemici pubblici nell’era Meloni.









