di Sandro Marotta
La Stampa, 24 agosto 2026
Antigone Piemonte: “Rispetto alle carceri ordinarie c’è una grande incertezza dei tempi di permanenza degli internati e questo crea sofferenza aggiuntiva”. Quarantuno persone confinate per anni in un luogo dove in teoria si dovrebbe lavorare, ma in realtà il lavoro manca, e dove le 4 ore a settimana di sedute psichiatriche non riescono a curare un disagio che diventa la norma. È la realtà quotidiana della Casa di lavoro di Alba, dove giovedì, secondo quanto comunicato dalla polizia penitenziaria, ci sono stati episodi di tensione.
I fatti: un internato (così si chiamano le persone in Casa di lavoro) ha tirato un calcio a un cancello di una sezione. Alcuni agenti sono intervenuti, ne è nato un momento di strattoni e spinte. Poco dopo i reclusi hanno aperto un cancello di sezione e spintonato gli agenti, 5 di questi sono rimasti feriti. È quanto riferito da una nota del sindacato Osapp, che però non spiega perché sia nato il tutto e nemmeno il contesto in cui è maturato.
Dal 2021 Alba è l’unica Casa di lavoro del Piemonte, ospita 41 persone e non è sovraffollata. Si tratta di quelle strutture (9 in Italia) in cui vengono confinate persone che hanno già scontato una pena, ma sono comunque ritenute pericolose per la società. Non sono un vero e proprio carcere, ma nemmeno una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). Spesso ci finiscono persone con disturbi mentali o tossicodipendenza. L’obiettivo dovrebbe essere la rieducazione e il reinserimento tramite il lavoro. Le critiche a queste strutture non mancano. “Si parla di una doppia pena degli internati - spiega Daniela Ronco, osservatrice di Antigone Piemonte -, perché rispetto alle carceri ordinarie c’è una grande incertezza dei tempi di permanenza. È vincolata alla valutazione della pericolosità sociale e, se viene riconfermata come spesso accade, la persona rimane lì. L’incertezza causa sofferenza aggiuntiva”.
Uno dei paradossi è che “nelle visite notiamo che spesso in questi luoghi il lavoro manca - racconta Ronco -. Perché si fa fatica ad attirare datori di lavoro esterni, poi nel caso di Alba c’è una grossa mancanza di spazi dedicati al lavoro. In più c’è il nodo centrale delle persone da inserire: gli altissimi tassi di patologie psichiatriche, spesso abbinati a storie di dipendenze”. Le cure mediche? “Ad Alba, secondo l’ultima visita a dicembre, c’erano 4 ore di psichiatra a settimana a rotazione, per una cinquantina di internati. Ovviamente il consumo di psicofarmaci era altissimo”. Conclude: “Il clima generale degli istituti penitenziari è teso, tra caldo, sovraffollamento, attività che cessano, colloqui che diminuiscono. La conflittualità è il risultato di una sofferenza diffusa. Nelle Case di lavoro tutto si concentra e le fa diventare una polveriera”.









