di Federico Gottardo
La Repubblica, 13 giugno 2026
Maxi risarcimento a un detenuto andato in coma e diventato disabile. Sotto accusa è finita la direttrice ma non l’azienda di manutenzione. La legionella nel carcere di Alba costa allo Stato 724mila euro versati a un detenuto finito in coma per colpa del batterio. Colpa del ministero della Giustizia e dell’Avvocatura che avrebbero dovuto rivalersi sull’azienda che si occupava della manutenzione. Invece, dopo aver perso il processo civile in primo grado e in appello, hanno rinunciato al ricorso in Cassazione. E ora la Corte dei Conti ha respinto la richiesta della procura di far pagare tutto all’allora direttrice.
È proprio la sentenza del 9 giugno dei giudici contabili a ricostruire il “pasticcio della legionella”, una vicenda dai contorni surreali che rimanda addirittura al 2012. Cioè a quando il detenuto, allora di 42 anni, contrasse l’infezione da legionella mentre scontava una pena di 14 mesi: “Aveva accusato disturbi della parola, tosse secca, sensazioni di debolezza, confusione - si legge negli atti - Dopo essere stato tenuto in isolamento è stato ricoverato per sospetta polmonite all’ospedale di Alba, dov’è arrivato in coma farmacologico, durato per un mese”.
La diagnosi era “legionella polmonare complicata da rabdomiolisi, insufficienza renale acuta e miopatia diffusa” che gli è costata altri due mesi e mezzo di ricovero. Ma che, soprattutto, gli ha provocato danni neurologici e fisici tali da renderlo inabile al lavoro e non autosufficiente. Per questo l’uomo ha fatto causa al ministero della Giustizia che intanto, dopo l’ennesimo caso di legionella, ha chiuso il carcere albese a data da destinarsi: l’ultimo annuncio prevede di riaprire in autunno.
In primo grado il tribunale di Torino ha dato ragione al detenuto, stabilendo un indennizzo di 513mila euro per la mancanza di una corretta manutenzione dell’impianto idraulico. Che gli ha provocato “la contrazione della malattia durante il periodo di detenzione carceraria, la ritardata diagnosi e il connesso ritardato ricovero in struttura”. Ma lui, non contento, ha fatto ricorso alla Corte d’Appello e ha ottenuto un aumento del risarcimento a 716mila euro, saliti a 724mila con gli interessi.
Nei mesi scorsi la procuratrice della Corte dei Conti del Piemonte, Fernanda Fraioli, ha citato in giudizio la direttrice perché “avrebbe dovuto provvedere a un’azione di rivalsa” visto che c’era un appalto con una ditta per la gestione e manutenzione degli impianti idraulici delle strutture carcerarie. Tradotto: secondo la procura avrebbe dovuto essere la direttrice a pagare quei 724mila euro perché non ha “presentato il conto” all’impresa che avrebbe dovuto evitare la diffusione di legionella. Una tesi che i giudici contabili condividono solo in parte: è vero che l’azienda è responsabile della mancata manutenzione e dei danni al detenuto ma non spettava alla direttrice rivalersi contro di lei, visto che non è mai stata citata nei processi civili (e assolta in sede penale).
Il danno erariale, alle casse dello Stato, lo avrebbe invece fatto il ministero della Giustizia attraverso il provveditorato del Piemonte dell’amministrazione penitenziaria. Anche perché l’Avvocatura dello Stato non ha mai suggerito di rivalersi sulla ditta e si è limitata a sconsigliare il ricorso in Cassazione.










