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di Conchita Sannino

La Repubblica, 17 giugno 2022

Intervista al magistrato, coordinatore di Area: “Il prossimo Csm? Deve essere quello della rifondazione”. Intanto la corrente di sinistra si presenta spaccata alle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio: “Una frattura che amareggia”.

“La riforma Cartabia ha qualche pregio, non lo nego. Ma purtroppo pesano di più i difetti: che colpiscono l’indipendenza del magistrato e puntano a farne più un “incolpato” da processare che un autonomo servitore della giustizia sottoposto a valutazione professionale. Il nostro parere è che bisognerà intervenire con particolare saggezza a correggere, in fase di decreti attuativi”. Eugenio Albamonte, pm a Roma, è il segretario di Area, ovvero la corrente progressista che esce proprio in questa stagione dalla rottura del sodalizio con Magistratura democratica. Come tutte le altre componenti, si prepara ormai alla prima campagna elettorale post-riforma per il Consiglio che si formerà sulle nuove norme. “Una frattura che amareggia”.

Segretario Albamonte, scalfiamo l’immagine dei magistrati eterni scontenti. Partiamo dai pregi della legge appena approvata?

“Questa riforma riporta il concorso in magistratura al livello di primo grado, quindi con l’accesso consentito anche a chi è semplicemente laureato in Legge, e magari eccelle nello studio. Mi sembra una visione più democratica e anche coerente con l’idea che un magistrato non debba per forza arrivare dagli strati più avvantaggiati o protetti della società. È un bene”.

Anche se, realisticamente, chi si prepara con un corso post-laurea ha più chance: specie a registrare l’andazzo generale di molte Università, per non parlare del boom di alcune telematiche...

“Il tema esiste, ma almeno torniamo a come funzionava il nostro concorso prima del 2006. Così si elimina, per norma e speriamo anche di fatto, uno steccato che istituiva automaticamente dei filtri di censo: in un sistema-Paese dove purtroppo già le disuguaglianze dilagano e l’ascensore sociale è paralizzato da decenni”.

Un altro elemento positivo non è anche la scelta di sprangare le porte per quei magistrati che dondolavano tra uffici giudiziari e politica?

“Sì, lo è e, d’altro canto, con l’Anm lo abbiamo chiesto inviano per anni, ma il legislatore fingeva impegno e rinviava. Perché alla politica serviva questo vuoto, in cui l’unico argine era rappresentato dall’etica personale di alcuni. La stretta era profondamente necessaria”.

Immagino non conceda altro ai “pregi”. Siamo già ai difetti?

“Sì. E voglio partire dai rischi legati all’apertura del fascicolo della performance per i magistrati: estremamente pericoloso”.

Che però non si chiama così, nella nuova legge...

“Ma poiché quello significa, e poiché negli altri Paesi in cui esiste il meccanismo è così definito, per adesione al vero lo chiamerei così...”

Servirebbe a monitorare la vita professionale della toga, più che a tenerla nel mirino...

“In realtà è una introduzione che favorisce ed anzi spinge al conformismo nelle decisioni del magistrato dei vari livelli, compresi Tribunali e Corti di Appello; che paralizza la indispensabile dialettica e impedisce alle toghe, quando il legislatore latita come pure accade, di intercettare una domanda di giustizia non ancora codificata o di farsi interprete di mutate istanze sociali. Nella nuova norma si fa riferimento ad eventuali sconfessioni nei successivi gradi di giudizio: ma in che termini, quantitativi o qualitativi, peseranno? Ecco perché bisogna intervenire con grande lucidità e criterio in sede di decreti attuativi. Ed aggiungo: tutto questo non è affatto una buona notizia per i cittadini”.

Cosa intende, concretamente?

“Un esempio. La vicenda dei rider e dei loro diritti calpestati. In tempo di lockdown e di vita esterna totalmente congelata, abbiamo compreso a quali ritmi fossero costretti e quanta ipocrisia vi fosse nel considerarli liberi professionisti. Un magistrato magari più prudente, legato al timore di sconfessioni successive e quindi di perdere quota nel fascicolo, avrebbe trattato la tutela dei diritti di quei “nuovi” lavoratori, con la medesima libertà?”.

Passiamo all’altra spina, per voi: quella che l’Anm definisce “l’eccesso della leva disciplinare”..

“C’è un costante slittamento, in questa riforma, dalla figura del magistrato da valutare sotto il profilo professionale a quella dell’incolpato che si trova dentro un vero e proprio processo. Per esempio; deve essere punito se non trasmette al giudice, in fase di indagini preliminari, atti ritenuti rilevanti. Ma siamo in un generico un po’ inquietante. Perché il giudice disciplinare, a quadro profondamente evoluto, può ben ritenere rilevante qualcosa che oggettivamente non si presentava tale mentre si analizzavano gli elementi”.

E poi c’è l’illecito disciplinare legato al decreto sulla presunzione d’innocenza: un bavaglio che non piace neanche ai giornalisti...

“Una superfetazione della sanzione disciplinare. II concetto generale lascia davvero riflettere: si chiede qui ai soli procuratori di valutare l’interesse pubblico di una notizia: come se dare una notizia o Pavia o a Cantù o all’Italia intera sia la stessa cosa, e vigessero pochi ed inequivocabili criteri. Così si impedisce qualunque comunicazione ai sostituti procuratori che si ostinano a considerare legittimo il controllo dell’opinione pubblica sul proprio operato. Non solo non vi era alcun bisogno di questa norma, creata appositamente contro i pubblici ministeri, ma confligge, duole dirlo, anche con il tema delle libertà personali vigenti nei regimi democratici. Solo nelle dittature, se ci pensiamo, un arresto è considerato come una notizia da tacere, a meno che non si sia proprio costretti a darla”.

Arriviamo alle norme per l’elezione del nuovo Csm. Continua a non piacervi il sistema maggioritario, seppur corretto con quota proporzionale?

“Non è un capriccio: è un’autentica delusione. È il sistema maggioritario che ha dato il potere ai gruppi dirigenti più permeabili delle correnti, è quella dinamica ad aver prodotto lo scandalo Ferri-Palamara, e la correzione proporzionale non riesce assolutamente a scardinare questi rischi. Per dirla in breve? Due correnti faranno la voce grossa spartendosi 14 posti, e tre correnti, quelle minori, si prenderanno i restanti 5”.

Forse si chiede a maggioritario o proporzionale di fare quello che solo una rigenerazione etica della magistratura potrebbe produrre?

“Non c’è dubbio che quello sia il lavoro centrale, e doveroso, da portare avanti. E va riconosciuto che quello che chiude ora i battenti è un Consiglio che ha già fatto passi avanti, che la riforma assorbe e fa abilmente propri: la trattazione delle nomine secondo ordine cronologico per evitare gli accordi e scambi per “pacchetti”, la valorizzazione delle audizioni, i criteri di maggior trasparenza. Ma il nuovo Csm dovrà scrivere pagine ulteriormente nuove. Dovrà essere il Consiglio di un riscatto, di una più compiuta rifondazione”.

Scusi se obietto: voi non cominciate benissimo. Come nella miglior tradizione della sinistra, per la prima volta andate divisi ad elezioni cruciali. C’è una frattura tra Area e Magistratura democratica...

“Sì, purtroppo è inevitabile pensare alla vecchia e abusata “maledizione” della sinistra. Ed è un motivo, personale e pubblico, di dispiacere che arriva alla vigilia di elezioni così impegnative. Spero ci sia un’assunzione di responsabilità collettiva e che il dialogo non venga mai meno: ma c’è un dovere di verità e trasparenza anche nelle relazioni. L’unità certo, servirebbe eccome, tra noi: io non mi illudo, la politica non ha smesso i suoi conflitti, il ridimensionamento dei poteri di indagini, dei pm, resta una precisa volontà. E chi è uscito sconfitto clamorosamente dai referendum coltiva più affilate ambizioni di rivincita”.