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di Francesco Grignetti


La Stampa, 8 febbraio 2020

 

L'ex presidente dell'Anm: "Toghe garanti del rispetto dei tempi, è ingiusto. Passeremo il nostro tempo a scrivere relazioni per il servizio ispettivo".

Eugenio Albamonte, ex presidente dell'Anm, oggi alla guida delle toghe progressiste riunite in "Area", ritiene che il Lodo Conte bis funzionerà nelle aule di tribunale?

"Vedremo. Gli aspetti tecnici potranno essere rivisti fino all'ultimo dal legislatore. Mi sembra presto parlare di come questa nuova prescrizione si inserirà nel sistema processuale. Non mi sento di arruolarmi in nessuna tifoseria. È un sistema come tanti altri... Bisognerà piuttosto ragionare sulle compatibilità costituzionali. C'è chi dice che è prerogativa del Parlamento trattare diversamente situazioni diverse quali sono un condannato o un assolto, in primo o in secondo grado. Premessa la regola generale della presunzione di non colpevolezza, se c'è stata una assoluzione in primo grado potrebbe avere un senso un regime mite; viceversa, con una condanna, seppure in primo grado, che è comunque una previsione di responsabilità, ancor maggiore se ribadita in secondo grado, avrebbe senso un trattamento severo. Sappiamo bene, però, che secondo alcuni giuristi questo trattamento differenziato violerebbe il principio di uguaglianza. Io dico che è materia del legislatore e sicuramente sarà la Corte costituzionale a pronunciarsi, perché è scontato che lì si finirà. Ma in questo Lodo Conte bis c'è qualcosa che proprio non va, un atteggiamento inaccettabile nei confronti di noi magistrati".

 

Ovvero? Che cosa vi ha indispettito?

"Già nel meccanismo di questa nuova prescrizione, si prevede che il magistrato debba fissare le udienze secondo tempi prescritti, altrimenti scatta il procedimento disciplinare. Lo stesso accadrebbe per il rispetto delle fasi del processo. Alla fine, tutta l'architettura di questa riforma su cui i tre partiti di maggioranza hanno trovato il loro accordo, finisce sulle nostre spalle. Siamo noi a dover garantire il rispetto dei tempi. E ciò a dispetto di tutte le disfunzioni della giustizia che non sono certo una nostra responsabilità. Non è giusto. E non è neppure leale. È il governo, attraverso il ministro della Giustizia, che deve garantire il funzionamento, attraverso investimenti, personale, logistica, strumentazione. Invece la politica trova la comoda scappatoia di fare apparire noi dei pelandroni, ci lascia con il cerino acceso, e si scarica la coscienza di fronte all'opinione pubblica".

 

Vi siete arrabbiati sul serio, sembra...

"Guardi, se vogliono, perché allora non decidono che dalla settimana prossima i treni per andare da Roma a Milano devono impiegare un'ora e mezzo? E se il macchinista non ci riesce, lo licenziamo. Voglio spiegare in poche parole che cosa accadrà, in concreto: i magistrati, sapendo che è impossibile rispettare tempi decisi a tavolino, dedicheranno buona parte delle loro energie a premunirsi contro i procedimenti disciplinari. Ogni volta che ci sarà uno sforamento, e in un grande tribunale potrebbe accadere cinquanta, sessanta, cento volte a ciascuno di noi, passeremo qualche pomeriggio, finita l'udienza, non a scrivere le sentenze, ma a scrivere le relazioni per il servizio ispettivo. E la dovremo scrivere perbene, ristudiando i fascicoli, per sottolineare date e passaggi. Ci vorranno cinquanta, sessanta, cento pomeriggi, forse il doppio, a scrivere relazioni e non sentenze. State pur certi che i tempi della giustizia si allungheranno, non il contrario".