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di Luca Bottura

La Stampa, 5 agosto 2025

Ieri Francesca Albanese ha pubblicato una sua foto davanti a un murale con l’immagine di Liliana Segre e una frase: “L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa”. Per accusarla di incoerenza nei confronti della Palestina. Mi sembra un enorme spreco che vado a spiegare. Attenzione: rischio buonismo. Albanese è una donna che ha visto l’indicibile di Gaza e l’ha denunciato. In cambio, ha ricevuto accuse gratuite e la fatwa israeliana. Segre è una donna che ha vissuto l’indicibile in un lager nazista e l’ha raccontato. In cambio, ha ricevuto minacce che la costringono da anni a vivere sotto scorta. Mi sembra un buon punto di partenza per un dialogo costruttivo.

Invece, Albanese, che in questo periodo storico vive realmente accerchiata, ha pensato - come alcuni, non tutti, i pro-pal - che Segre sia fuori dal suo cerchio. Che contribuisca alla vulgata dei Netanyahu e dei suoi ministri fascisti dacché non usa la parola “genocidio” per descrivere il massacro di civili palestinesi, le deportazioni, il via libera all’occupazione della Striscia arrivato giusto ieri. Che poi, per carità, i titoli sono importanti. Spesso più delle parole effettivamente dette. Ma l’intervista della senatrice, a Repubblica, due giorni fa, sposava in toto l’autodafé di David Grossman del giorno precedente. Il dialogo in cui lo scrittore israeliano capitolava emotivamente di fronte alla constatazione che sì, quella in corso a Gaza è la cancellazione volontaria di un popolo. Mancava solo “quella” parola.

L’altro giorno il professor Tomaso Montanari, altra figura assai stimabile, altra mente brillante sotto attacco delle varie Destre, ha sostenuto che gli ebrei tutti dovrebbero dissociarsi dalle politiche di Israele. A parte che, per fortuna, accade ogni giorno persino in quella che, da unica democrazia in Medio Oriente, è passata da tempo a essere l’autocrazia meglio mascherata della zona: giusto ieri, oltre seicento tra ex capi di Stato maggiore e funzionari di Idf e Mossad, hanno chiesto a Netanyahu di fermarsi, di non estendere una carneficina che attiene esclusivamente a motivazioni di sopravvivenza politica.

Ma soprattutto: quando erano i musulmani a doversi dissociare dall’Isis, andava bene? Noi italiani dovremmo andare in giro con una spilla in cui assicuriamo di non essere malavitosi? Perché se la risposta è no, significa che stiamo, una volta in più, giudicando qualcuno per la sua religione e non per quello che pensa. Al netto di Popolo Eletto e altri paraventi teologici che innescano l’antisemitismo: Vecchio e Nuovo Testamento sono ottimi fantasy, ma non ci vivrei.

A Segre, si imputa di aver sostenuto che qualcuno potrebbe strumentalizzare quel termine (genocidio: per il sottoscritto, non che conti, quello è) per regolare i conti con tutti gli ebrei. Al netto del fatto che sia vero o no, e che comunque la senatrice abbia pieno titolo per esprimere questa opinione, condivido un piccolo episodio: ieri, per aver espresso dubbi sui social sull’efficacia dell’attacco di Albanese, mi sono ritrovato a fronteggiare chi mi accusava di collaborare con editori ebrei. Per dire.

Il curriculum e il coraggio di Albanese parlano per lei, ed è normale che si senta additata: lo è. Attenzione però all’atteggiamento da “groupie” di una parte dei fan. Gente che magari, come il sottoscritto, per anni si è limitata a indossare la kefiah d’ordinanza, a un sostegno quasi endemico, ma ad atti concreti infinitamente meno cogenti dei suoi. Gente che riduce la sacrosanta difesa di un popolo martirizzato a un giochino su chi ce l’ha più puro, il post sui social. Sciocchi o in malafede, quasi quanto gli eredi di Almirante che oggi si scoprono dalla parte degli ebrei solo perché anche Israele, alla fine, è una democratura di estrema destra. Mentre a Gaza prosegue il Genocidio. Fottendosene, con licenza, di come vogliamo che lo chiami Segre. Parlatevi. O, perlomeno, ascoltatevi.