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di Errico Novi


Il Dubbio, 7 novembre 2020

 

Oggi il "parlamentino" delle toghe elegge il nuovo presidente: la difficile sfida della giudice di area. È difficile fare previsioni. Sarà una riunione tesa, tutta condotta sul filo di una tensione che può spezzarsi e deragliare nel frazionismo. Oggi, tanto per intenderci, il neoeletto direttivo dell'Anm si insedierà e potrebbe subito trovarsi sull'orlo di una scissione.

Area vanta una non-maggioranza. I propri "seggi", 11, si sommeranno ai 7 di Unicost: in tutto fanno 18 sui 36 del "parlamentino". Parità assoluta, e possibilità di eleggere il nuovo presidente sospesa alle decisioni dei 4 eletti di Autonomia e indipendenza, la componente di Davigo ormai priva del leader. Dall'altra parte il blocco formato da Magistratura indipendente, uscita bene dal voto dello scorso 20 ottobre: oltre 1600 voti, un centinaio in meno di quelli di Area, e staccata di un solo seggio dal gruppo progressista: 10 eletti. "Mi" è arricchita dalla presenza dei magistrati di Movimento per la Costituzione, con i quali ha fatto lista unica. Ci sono inoltre i 4 seggi di Articolo 101, il gruppo antisistema e anti-correnti, poco incline a coalizzarsi con chicchessia.

Come se ne esce? Dipende dai davighiani, sì, ma dipende anche dai nomi messi in campo. E il più serio e plausibile individuato nelle silenziose trattative delle ultime due settimane e mezza è quello di Silvia Albano.

Eletta con Area, e con moltissimi voti, superata solo dal presidente uscente Luca Poniz - che "Mi" non intende rivedere al vertice dell'Associazione. Ce la farà Albano, giudice civile a Roma, e soprattutto, espressione autentica dell'anima più culturalmente impegnata di Area, ossia Magistratura democratica? Lei ha presentato una piattaforma implicita in un articolo pubblicato alcuni giorni fa su Questione giustizia, la rivista di "Md", intitolato come una mano tesa: "L'Associazione Nazionale Magistrati di fronte alla sfida dell'unità". Ma tra gli argomenti in suo favore, ce n'è uno che, imprevedibilmente, potrebbe sciogliere il ghiaccio di "Mi" persino più che i dilemmi di Autonomia e indipendenza: la consolidata sintonia col mondo dell'avvocatura. L'idea, coltivata da Albano, del dialogo necessario con la professione forense.

Nell'aprile 2017 la giudice è stata, insieme con l'allora presidente Eugenio Albamonte, la prima rappresentante di una giunta Anm a intervenire a un plenum del Cnf. Fu un evento straordinario. E forte. Vi si posero parte dei pilastri sui quali si regge oggi l'aspirazione dell'avvocatura al riconoscimento costituzionale. Perché di quell'incontro con l'istituzione forense, i due dirigenti dell'Associazione magistrati condivisero la prospettiva: se l'avvocato è in Costituzione non indebolisce ma casomai rafforza anche l'indipendenza dei magistrati, perché dell'ordine giudiziario diventa in modo ancora più chiaro la sola vera controparte.

La professione forense verrebbe cioè riconosciuta nella propria funzione di coprotagonista della giurisdizione, e allontanerebbe soprattutto il rischio di insidie, da parte della politica, per l'autonomia della giurisdizione stessa. Un disegno chiaro. Ora, non si può escludere possa essere anche questo il granello di sabbia in grado di scardinare l'ingranaggio che separa la visione solidaristica e protettiva di "Mi" da quella "politica" e impegnata di Area. Perché sul fatto di dover respingere l'ingerenza del potere politico, sono tutti e due d'accordo.

Anzi, ogni tanto è "Mi" che accusa Area di indulgere in un collateralismo coi partiti di centrosinistra. Dietro l'angolo in realtà ci sono le pretese del governo di assoggettare i magistrati alle sanzioni per "tardività", inserite nel ddl penale. Una Anm battagliera e convinta nel dire no a tale ipotesi potrebbe ritrovarsi davvero unita. E la prima donna presidente dell'Anm 26 anni dopo Elena Paciotti potrebbe essere il segreto per un esito in apparenza irraggiungibile.