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di Giò Barbera

La Stampa, 27 luglio 2022

A scrivere la parola fine è stato il giudice Emilio Fois che ha deciso di archiviare la storia della morte di Emanuele Scalabrin (a carico di ignoti), il trentatreenne albenganese trovato senza vita a dicembre del 2020, in una cella di sicurezza della caserma dei carabinieri di Albenga, dopo essere stato arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti

 I risultati dell’autopsia, ma anche le dichiarazioni non riscontrate di un detenuto e della compagna di Scalabrin che sostenevano come l’uomo fosse stato malmenato dai militari, hanno indirizzato il giudice a chiudere il caso. Resta aperta, ed è pendente presso la procura di Imperia, la vicenda per calunnia nei confronti di un detenuto e della compagna di Scalabrin.

A chiamare in causa i due sono stati 11 carabinieri che si sono rivolti all’avvocato Antonio Marino, già noto per le sue battaglie legali contro il clan Spada di Ostia, e in questo caso intervenuto a difendere i militari che avevano partecipato all’arresto dell’uomo, al trasferimento nella cella di sicurezza della caserma e alla sua vigilanza.

Già ad aprile dell’anno scorso il medico legale incaricato dalla procura aveva dichiarato che Scalabrin era morto per problemi cardiaci forse provocato anche dall’uso di sostanze stupefacenti. Si è trattato dunque di una morte naturale con il medico legale che aveva escluso lesioni da percosse o da fatti riconducibili ad azioni violente. I tossicologici avrebbero inoltre escluso problematiche legate alla somministrazione della dose di metadone da parte dei medici dell’ospedale Santa Corona dove era stato trasportato la notte prima del decesso proprio in preda ad una crisi di astinenza. Già il sostituto procuratore Chiara Venturi, che aveva coordinato insieme alla collega Elisa Milocco l’inchiesta per omicidio colposo, aveva deciso di chiedere l’archiviazione alla quale però si erano opposti i familiari di Scalabrin.

Ma i militari che erano stati accusati di aver percosso l’uomo, a loro volta, avevano giocato la carta della difesa con una querela per calunnia nei confronti di un detenuto e della compagna di Scalabrin. “Da parte mia - sottolinea l’avvocato Antonio Marino- non posso che esprimere soddisfazione per come si è conclusa la vicenda che ha generato a catena enormi problemi alla caserma dei carabinieri di Albenga. Ma anche esprimere un laconico commento per l’ennesimo episodio di giustizia mediatica a cui abbiamo assistito.

Il caso Cucchi, al quale va il mio massimo rispetto, non può diventare il paradigma di riferimento di qualsiasi circostanza che coinvolga le forze dell’ordine nell’esercizio del proprio operato. Va sempre lasciato il doveroso spazio alle indagini senza un pregiudizio cavalcato troppo facilmente dai media. Noto una pericolosa saldatura tra un clima generale di affievolito rispetto per le istituzioni e la sommarietà con cui viene esercitato il nobile esercizio della pubblica informazione”.