di Giuliano Foschini
La Repubblica, 2 febbraio 2026
Parla il cooperante liberato a Caracas a gennaio: “In cella sparisce la percezione del tempo. Anche la mia famiglia ha perso più di un anno di vita. “Al Rodeo 1 la prima cosa che perdi è la percezione del tempo. In quelle celle minuscole, tra scarafaggi e zanzare, con l’acqua contingentata, i carcerieri incappucciati, non sai mai se e quando finirà”. Alberto Trentini è qui. È finita ed è questa la notizia più bella. È tornato libero dopo 423 giorni di detenzione nel più tremendo carcere del Venezuela sotto il regime Maduro, “El Rodeo”, una “Alcatraz in salsa tropicale” la definisce lui. Quello che ha vissuto, il racconto delle sue prigioni, non è soltanto memoria personale: è un monito. Perché ciò che è accaduto possa - e debba - non accadere più. Perché quei luoghi, quelle pratiche, quella sospensione sistematica dei diritti non scivolino nell’abitudine, nell’oblio, nella normalità.
Per questo Alberto - è sorridente, ha ancora i capelli corti, glieli hanno tagliati prima di liberarlo - ha deciso che non bisogna dimenticare nulla. Ma è importante ricordare tutto. “Le celle nelle quali sono stato detenuto erano buie e maleodoranti: in uno spazio di quattro metri per due è compresa anche una latrina, sopra la quale, tramite un rubinetto collocato a circa due metri dal suolo, ci si lava e si fa la doccia. L’acqua viene erogata soltanto due volte al giorno, mentre scarafaggi e zanzare compaiono regolarmente dopo l’imbrunire. Ogni forma di comunicazione con l’esterno è praticamente azzerata. È prevista solo una breve visita settimanale di venti minuti, concessa esclusivamente ai parenti di alcuni detenuti venezuelani, attraverso un vetro e sotto lo sguardo di guardie incappucciate che prendono nota delle conversazioni. Per il resto, non esiste alcun contatto con il mondo fuori. Le notizie che circolano sono pochissime, filtrate dal passaparola e spesso distorte. Anche i movimenti più banali diventano strumenti di umiliazione. Per chiedere qualcosa bisogna affacciarsi da una finestrella posta a un’altezza che obbliga ad abbassare il capo, mettendoti subito in una posizione di inferiorità rispetto alla guardia con il volto coperto dal passamontagna. L’acustica è pessima, parlare con i detenuti delle altre celle è quasi impossibile”.
Le guardie? Si fanno chiamare Hitler, Squalo, hanno raccontato i prigionieri che sono stati liberati prima di lei…
“Sono in parte giovani, nati e cresciuti nella dittatura. Altri sono invece carcerieri più esperti. Hanno tutti atteggiamenti elusivi, difficili da decifrare, e qualsiasi richiesta deve essere ripetuta più volte. Si ha diritto a un’ora d’aria al giorno per cinque giorni alla settimana, tutto il resto del tempo viene trascorso in cella. I libri sono pochissimi e non esistono reali possibilità di svago, se non l’ascolto, tre volte alla settimana, delle trasmissioni radiofoniche di propaganda del regime, dalle quali si cerca di capire se qualcosa si stia muovendo sul piano internazionale. I detenuti vengono spogliati di tutto e non hanno diritto a possedere nulla: nel mio caso nemmeno gli occhiali da vista. Ogni spostamento avviene con le manette ai polsi e un cappuccio di tela nera sulla testa, che impedisce di vedere dove si viene condotti. Esistono infine celle disciplinari, dove chi viene punito per insubordinazione è costretto a restare per giorni nudo e ammanettato, dormendo sul pavimento, a prescindere dalla temperatura esterna. Per questo dico che il Rodeo 1 è paragonabile a un 41 bis al quadrato, una sorta di Alcatraz in salsa tropicale: un luogo che colpisce direttamente la dignità umana e mira a piegare le persone prima ancora che i corpi”.
Ha mai subito torture? Si dice che i prigionieri venissero interrogati con una macchina della verità…
“Torture fisiche, no. Quelle erano riservate dal controspionaggio militare a chi era sospettato di aver effettivamente commesso un reato. Su quelle psicologiche, mi sembra che sia chiaro quello che ho dovuto subire. Sono stato anche interrogato con l’uso della macchina della verità. La stanza era molto calda, sudavo, e il funzionario faceva di tutto per farmi sbagliare le risposte…”
Facciamo un passo indietro: come è avvenuto l’arresto? Ha capito subito che cosa stava succedendo?
“Il 15 novembre 2024, dopo un breve viaggio in aereo, ero in taxi verso Guasdualito, al confine con la Colombia. A un posto di blocco fisso, sono molto frequenti in Venezuela, sono stato fermato dalla polizia nazionale, evidentemente incuriosita dal mio passaporto italiano. Dopo circa un’ora sono arrivati due funzionari del controspionaggio militare. Mi hanno sequestrato il cellulare e sottoposto a un lungo interrogatorio. Sarà durato cinque ore all’incirca. Avevano un interesse ossessivo per la mia carriera, per il mio lavoro, le lingue straniere, i paesi che avevo visitato, il lavoro umanitario che avevo svolto. È stato chiaro in fretta che la cosa non si sarebbe risolta in giornata”.
Qual è stata la prima paura in quel momento? Ha temuto di morire?
“Quando la camionetta sulla quale mi hanno fatto salire ha imboccato una stradina di campagna ho temuto il peggio. Poi la paura si è spostata verso possibili maltrattamenti e torture, infine sulla preoccupazione per i miei genitori, che da ore non avevano più mie notizie” .
Quando ha capito che non sarebbe stata una prigionia breve?
“Dopo circa tre mesi. Fino ad allora mi illudevo sempre che sarebbe finita la settimana successiva e tiravo avanti così”.
Per passare il tempo voi detenuti giocavate a scacchi costruiti con carta igienica, acqua e sapone. Che rapporto si crea con il tempo, quando non si sa quando finirà?
“Pessimo. Una delle strategie era rinviare anche la tristezza: domani magari mi lascio andare, ma oggi no. Così, giorno dopo giorno, cercando di rimanere in piedi”.
Ha mai temuto di essere stato dimenticato?
“Mai. Mia madre e i miei amici sono stati straordinari. Solo dopo ho compreso la portata della mobilitazione che, anche grazie al lavoro dell’avvocato Ballerini, si è creata intorno al mio caso. La solidarietà arrivata dalle istituzioni, dalla società civile, dalla stampa e dalla televisione mi accompagna ancora oggi”.
Quando ha capito che era finita?
“Quando sono entrato fisicamente nella residenza dell’ambasciata italiana”.
In quel momento ha provato più gioia o incredulità?
“Definitivamente gioia”.
Che significato ha oggi per lei la parola “libertà”?
“Dopo questo viaggio nel cuore di un regime autoritario, libertà per me significa Stato di diritto, separazione dei poteri, diritti ma anche doveri. Ma la prima immagine che mi viene in mente è un tramonto sulla laguna di Venezia”.
Che cosa sente di aver perso e che cosa di aver salvato?
“Ho perso più di un anno di vita, e non l’ho perso solo io ma anche, di riflesso, la mia famiglia e la mia compagna. Ho salvato tutto il resto: rapporti riallacciati, legami nuovi, amicizie che dureranno a lungo. Ah, ho perso anche un’altra cosa”.
Prego...
“Il 13 luglio. Il concerto degli Iron Maiden”.










